venerdì 14 dicembre 2012

Apocalypse (s)now

Stanotte ha nevicato.
Beh, grazie tante, mi direte voi, è dicembre. Anche se, in realtà, la zona dove vivo io è nota per avere un clima particolarmente mite, e infatti attira turisti da tutte le regioni limitrofe durante buona parte dell'anno. I ragazzini cresciuti qui, per dire, non hanno mai avuto la possibilità di fare a palle di neve con i loro amichetti, a meno che i genitori non li portassero a sciare. Ma sto divagando.

Dicevo, stanotte ha nevicato. Siccome ho la fortuna di vivere a due passi dall'ospedale, stamattina mi sono fatta cogliere da uno scrupolo di coscienza pensando ai miei colleghi che vivono lontani, e ho pensato di sfidare la bufera per andare in reparto a dare una mano.
Questo è stato il mio primo errore.

Ora, in qualunque posto civile, la vertiginosa quota di 10 centimetri di neve non basta a paralizzare la città (a meno che non cadano, non so, a Tunisi, o nel deserto del Nevada). Come vi ho detto, non sono un'esperta in materia, ma immagino che dopo la nevicata passino gli spazzaneve, gli spargisale, anche solo un omino con una pala, che cerchi di ripristinare una circolazione pressoché normale quantomeno per i servizi essenziali, come l'ospedale.
Qui da me non funziona così. Il nostro sindaco, di chiare origini spartane, crede fermamente nella necessità di temprare i suoi concittadini contro le avversità del destino, forse per prepararci all'imminente catastrofe annunciata dai Maya. Noi tutti gli siamo enormemente grati, e lo esprimiamo fustigandoci sulla pubblica piazza ad ogni elezione.

Arrivare da casa mia all'ospedale è davvero molto semplice: bisogna fare una rampa di scale, poi un lungo rettilineo, e infine una piccola salita fino al mio padiglione. Normalmente, è un percorso che non richiede più di 5 minuti, 10 compresa la sosta al bar per il cappuccino.
Stamattina, invece, mi sembrava di essere finita sul set di 2012. Per raggiungere l'ospedale ho dovuto scalare una cascata di ghiaccio che nulla aveva da invidiare all'iceberg che ha fritto il Titanic; poi, giunta in cima, ho dovuto guadare un Mekong di fango appiccicaticcio e gelato; infine, per gli ultimi metri, non ho avuto altra scelta che trascinarmi mestamente in mezzo alla neve fresca fino alla porta del reparto. Il tutto con le Converse.

Le scale sopra casa mia.
Quello che non sapevo, ovviamente, è che i miei guai erano appena iniziati. Infatti, come avevo già appurato in occasioni precedenti (vi ricordate 'o terremoto?), le avversità naturali sembrano avere un modo tutto loro di mettere i miei nonnetti particolarmente di buonumore. E stamattina non ha fatto eccezione.

Immaginate la scena. Ad un angolo del ring abbiamo l'Attrice, una bella signora dai lunghi capelli color ferro, con un passato in teatro, delle unghie da velociraptor e la nostalgia del marito (che per comodità chiameremo Luigi). All'angolo opposto, invece, abbiamo la Strega, una vecchietta piccola ma coriacea, con i capelli biondi e l'occhietto vitreo da Jack lo Squartatore. A separarle, solo la sottile paratia che divide le due camere adiacenti.

Voglio pensare che, a modo loro, abbiano solo cercato di renderci più piacevole la giornata. Non si spiega, altrimenti, il duetto di urla belluine che hanno messo in piedi alle otto del mattino e che è continuato almeno fino alle due, quando ho faticosamente guadagnato l'uscita del padiglione. Un coro di "Luigi!", "Aiuto!", "Soffoco!", "Basta!", che si chetava solo quando qualcuno di noi, più per esasperazione che per pietà, entrava nella loro stanza a consolarle, e che riprendeva immediatamente appena ricominciavamo il giro visite. Senza contare i parenti degli altri pazienti, che facevano capolino dalle rispettive stanze con lo sguardo del giudice Morton quando apre il bidone della salamoia.

Cucù!
Insomma, in una maniera o nell'altra siamo riusciti ad arrivare alla fine del giro. Ho atteso il tempo necessario per sollevare un minimo di lavoro dalle spalle dei miei colleghi, poi mi sono lanciata fuori dal reparto con la leggiadria di un leprotto invernale, desiderosa solo di mettere più chilometri possibili tra me e il concerto di Capodanno che non accennava a calmarsi. Col risultato che mi ci è voluto qualche tempo per assimilare quello che mi sono trovata davanti.

Il piazzale davanti all'ospedale era un'immensa, unica, brillante lastra di ghiaccio.

Ho fatto il resto della strada con uno stile che farebbe invidia a Carolina Kostner. Del resto, come giustamente mi hanno fatto notare, quale posto migliore per spezzarsi un femore che l'ospedale?

martedì 13 novembre 2012

La Signorina Cuorinfranti

Per chi mi conosce, non è una novità il fatto che io sia da lungo tempo sentimentalmente impegnata. Per la precisione, sto con la stessa persona da ormai quasi nove lunghi anni, il che dimostra, se non altro, che questa persona dovrebbe essere insignita del Nobel per la Pace.
Non ne ho mai fatto mistero con nessuno, perciò mi è capitato abbastanza raramente di trovarmi in situazioni sentimentalmente appiccicose; anche se, diciamolo, la piaga dei gigioni imperversa orribilmente, e non c'è nulla che noi povere ragazze possiamo fare al riguardo, se non tacere e soffrire (e sferrare qualche gomitata ben data, se necessario).

Soprattutto, e su questo sono seria, non mi era mai capitato di vedere qualcuno cercare di appiopparmi un marito. Anzi, se devo dire la verità, la quasi totalità di critiche che ho ricevuto in questi nove anni (abbastanza poche, per la verità) ha sempre, invariabilmente riguardato il fatto che mi ero fidanzata troppo giovane e che mi ero goduta poco la vita, a detta di questi ficcanaso impenitenti.
Perciò, come potete immaginare, ero totalmente impreparata nei confronti della Signorina Cuorinfranti.

La Signorina Cuorinfranti, in realtà, non è signorina: è una bella signora un po' avanti con gli anni, con tanto di figli e nipoti in abbondanza. È davvero una cara persona, ma quando vuole ha anche un terribile caratteraccio, poiché, come molte persone della sua età, è abituata a fare solo ed esclusivamente quello che vuole lei (ve la ricordate la Monella?).
Nel caso specifico, l'oggetto del contendere era il fatto che la cara signora non ne vuole proprio sapere di restare in ospedale, e vuole tornare assolutamente a casa sua. L'argomento costituisce il 90% delle nostre conversazioni in sua presenza, e potrete immaginare la sua agitazione quando sia noi medici (lasciatemela passare, dai) che i suoi figli le ripetiamo che è necessario che rimanga ricoverata ancora per un pochino, così, per sicurezza. La sua cocciutaggine è davvero stancante, perciò non ci lasciamo scappare un'occasione per cambiare argomento, con risultati talvolta poco entusiasmanti. Come vi vado a narrare.

Siete pregati di fischiettare la canzone dei Beatles, grazie.
Scena: corridoio dell'ospedale, mattina presto. La Signorina Cuorinfranti è seduta sulla carrozzella, mentre io sto cercando di infilarle la vestaglia senza che mi rimanga in mano il suo braccio. Atmosfera quieta.

La Signorina Cuorinfranti nota la fede al mio dito. Non è la prima volta che qualcuno la vede e pensa che io sia sposata, il che è comprensibile, e tutte le volte mi tocca spiegare che sono ancora nubile e che si tratta solo di un caro ricordo della mia nonna. La signora non fa eccezione.

"Sei sposata?"
"No, cara" rispondo, e sorrido. Stavolta, però, non mi dà il tempo di propinarle il solito pistolotto.
"Fidanzata?"
"Sì, sono fidanzata." Fin qui tutto bene. Mai, però, mi sarei aspettata il seguito.

La Signorina Cuorinfranti mi guarda dall'alto in basso, come se stesse parlando con una ritardata, e sbotta: "E sposati, allora!"
Attimo di scompenso. All'improvviso, mi scorrono davanti agli occhi immagini di abiti bianchi, spiegazioni traballanti e frammenti di una giovinezza perduta. E neanche mi piace, il bianco. Mi riprendo dopo poco, e cerco di buttarla in ridere.
"Ma se non ho una lira!"
La signora ha ormai perso tutte le speranze di parlare con una persona normale, è evidente. "E vai a vivere con tua mamma!"
"Ma io vivo già con mia mamma..." provo a ribattere, ma è inutile.
"E allora sposati! Cosa stai sempre fidanzata? Quanto tempo è che sei fidanzata?"
"Otto anni..." pigolo piano, contando sulla sordità della terza età. Niente da fare.
"E cosa stai aspettando?! Sposati, che mi faccio fare un bel vestito estivo e vengo anche io! La borsa ce l'ho già."

Insomma, in una mattinata ho già rimediato la decisione, la data e pure un'invitata. I soldi, però, non sono ancora pervenuti. Andrò a giocare al Lotto... tanto, se riesco a rimediare un libro della Smorfia, i numeri da cercare per un terno secco già ce li ho: il Ficcanaso, la Zitella e l'Orologio Biologico.

venerdì 19 ottobre 2012

Nonni vs. Bimbi

La mia decisione di occuparmi dei nonnetti, devo dire la verità, ha causato molto scompiglio nella mia vita. Non dipendente da me, ma dai miei amici e parenti.
Sembra infatti che quasi nessuno riesca a capire la mia scelta. Siccome ho degli amici meravigliosi, la maggior parte di loro si è fatta gli affari propri ed ha tenuto per sé quello che puó aver pensato della mia decisione (ammesso che ne abbiano pensato qualcosa), ma, ció nonostante, la quantità di amici e parenti che ha manifestato le sue perplessità è stata decisamente alta.


Le critiche sono state le piú varie. Sono passata dall'amico che mi ha rimproverato di non aver scelto chirurgia plastica per rifargli il naso gratis (che peró esula dagli scopi di questo post), a quelli che hanno espresso, in maniera piú o meno marcata, incredulità, scetticismo e, talvolta, perfino disgusto.

Questo mi ha dato modo di riflettere su quale potesse essere il motivo di tanto accanimento per gli anziani (considerando che alcuni dei miei detrattori non sono esattamente dei giovanotti), e, soprattutto, di immaginare le loro reazioni se avessi annunciato di voler fare pediatria. Ho l'impressione, chissà perché, che le critiche sarebbero state molto inferiori.
Perció, in questo post voglio mettere a confronto le due categorie, i Nonni e i Bimbi, come se si trattasse di un quiz televisivo, e vedere quale delle due categorie dimostrerà di avere piú meriti. Tralasceró gli aspetti piú disgustosi dell'assistenza agli uni e agli altri, che comunque si equivalgono (come mi pare di avervi già ricordato in qualche altro post), e mi focalizzeró solo sugli evidenti pregi e difetti delle due categorie.
Pronti?



  • I nonni hanno sempre pronta una caramella, quando li andate a trovare (per i più fortunati, anche dei biscotti o una torta). I bambini, al massimo, vi stampano sulla camicetta due manate di cioccolata e un bacio moccoloso. Che, tante grazie, ma anche no. 1 punto ai Nonni
  • I nonni hanno sempre un sacco di storie da raccontare, sugli argomenti più svariati: dalle feste di paese di quando avevano la vostra età, al soldato che è saltato in aria su una mina tedesca proprio accanto a loro nel '43. Un bimbo, d'altro canto, può passare ore ed ore a lagnarsi di come Marco gli ha appiccicato la cicca sui capelli oggi a scuola. Non c'è bisogno di dirlo: 1 punto ai Nonni
  • Entrambe le categorie, bisogna ammetterlo, sanno essere abbastanza logorroiche quando trovano un argomento che li aggrada. Parità
  • Sempre sul discorso dei racconti, un nonno può insegnarvi veramente un sacco di cose: da come si fa la pastafrolla a come si smacchia il sangue dai vestiti, da come fabbricare un comodino a come eliminare quel fastidioso fischio dei freni. La cosa più utile che vi può insegnare un bambino, invece, è come raggiungere il centro del vostro Ki per evitare di mettervi a urlare alla vista del vostro povero divano tutto sporco di fango. 1 punto ai Nonni
  • Avere un nonno che si appassiona alla tecnologia, ahimé, può essere la peggiore delle punizioni. È più facile insegnare ad un gorilla la teoria della relatività, che ad un nonno come si cambia la cartuccia della stampante. In tal caso, seguite il mio consiglio: mandateci vostro nipote di cinque anni, che sa già programmare in remoto il vostro computer di casa usando l'iPhone, e toglietevi il pensiero. 1 punto ai Bimbi
  • Se appartenete, come me, alla sfortunata "Generazione Mille Euro", vostra nonna rivelerà insospettate qualità da Bancomat, procurando con discrezione di infilarvi 20-50 euro in tasca tutte le volte che andate a trovarla. Soldi che vi verranno prontamente sfilati da vostro figlio, per andare a comprarsi Halo 4. 1 punto ai Nonni
  • Crescere un figlio è forse il compito più alienante nella vita di un uomo, ma l'aspettativa che un giorno questo marmocchio si prenderà cura di voi, quando sarete vecchi e rincitrulliti, è abbastanza rasserenante. I nonni, ahimé, sono già passati dall'altra parte della barricata. 1 punto ai Bimbi
  • Un bambino è una specie di enorme orecchio di spugna, pronto a captare qualunque insegnamento di vita, esperienza passata o fede calcistica vogliate trasmettergli. I nonni, nella stragrande maggioranza dei casi, vi vedono ancora come il bambino che foste e tendono ad essere scettici sul fatto che possiate insegnargli qualcosa, sia pure come si programma il videoregistratore. 1 punto ai Bimbi
  • Quando vi trovate in rotta col resto del mondo, mezzi morti di fame alle tre del pomeriggio, o di rientro da una nottata delirante e senza le chiavi di casa, la porta dei nonni è sempre aperta. Quando avete un bambino, tutti questi problemi non sono più affar vostro. 1 punto ai Nonni
  • A proposito di fame: vostra nonna non accetterà mai che abbiate già finito di mangiare. Mai. Per lei, potete pesare 200 kg ed avere appena sbranato un montone con tanto di corna, che ci sarà sempre spazio per un'ultima fetta di crostata. La buona notizia è che potrete smaltire tutti questi grassi extra correndo dietro a vostro figlio ai giardini pubblici. 1 punto ai Nonni
  • Il nonno è quell'angelo custode che vi tiene il pargolo quando siete al lavoro, quando andate a fare la coda all'Inps, e persino quando vi concedete un pomeriggio alle terme per ricordare che faccia ha vostro marito. E non aggiungo altro. 1 punto ai Nonni
  • Il nonno è quell'essere che, quando comincia a perdere colpi, brontola e fa i capricci e ha bisogno di voi ventiquatt'ore al giorno, proprio come vostro figlio piccolo. La differenza è che, con il nonno, avete comunque tanti bei ricordi passati da far fruttare, anche quando la situazione si fa drammatica. Ed il pensiero che, purtroppo, tra non molto avrà tolto il disturbo. (Questa è solo una considerazione personale, ed anche abbastanza triste, pertanto non fa punteggio.)
Totale: Nonni 7 - Bimbi 3

Adesso devo solo farlo capire a mia nonna.



(P.S.: mi rendo conto che questa lista è breve e parziale, ma riflette solo la mia opinione sull'argomento. Se avete altre idee o esperienze personali per far prendere la bilancia dall'una o dall'altra parte, fatemelo sapere in un commento qua sotto o sulla nostra pagina Facebook. Sarò lieta di aggiungere le vostre opinioni alla lista!)

giovedì 4 ottobre 2012

Core de mamma

Ogni scarrafone è bello a mamma sua: così dicono le mamme napoletane, e immagino che fino ad un certo punto abbiano ragione. Certo, non avendo figli (e non amando particolarmente i bambini) non posso disporre di informazioni di prima mano, ma quel poco che vedo è abbastanza indicativo in tal senso.

Le mamme, come tutte le persone, non sono tutte uguali. C'è quella isterica, quella apprensiva, quella in carriera, quella preparatissima e tutte le altre che potete leggere in blog più attrezzati di questo. Ma quasi tutte hanno in comune il fatto di cambiare radicalmente la loro prospettiva in favore del loro nanerottolo, non appena questo viene al mondo. Il che non è un male, sia chiaro... se non fosse che spesso, anzi, spessissimo, si aspettano la stessa considerazione per il loro pupattolo anche dalle altre persone. Il che va un po' meno bene.
Per dire, ho appena letto su un famoso sito di recensioni la testimonianza di una mamma infuriata perché in una bellissima località termale non avevano fatto entrare la sua bimba cinquenne. Ripeto, non a Disneyland: alle terme. Il classico luogo dove uno si aspetta di ritrovare bambini scalzi e urlanti che si lanciano a bomba nella vasca idromassaggio. Molto rilassante.

Comunque, l'istinto materno è qualcosa per cui dobbiamo rendere grazie al mondo. Se le nostre mamme avessero l'istinto protettivo delle testuggini, per dire, la nostra specie si sarebbe estinta ancor prima di nascere, considerando quanto ci mette un neonato a capire come si gattona sulla spiaggia fino al mare. Quindi, evviva l'istinto materno.
Questo, ovviamente, finché non ti porta a fare degli enormi errori di valutazione. Alzi la mano chi non ha mai almeno sentito parlare di una mamma che, messa di fronte all'evidenza di avere un figliolo completamente stupido, non si sia difesa dicendo che è solo timido, ha difficoltà ad esprimersi, ma in realtà è tanto intelligente. Sicuro, siamo noi ad aver fatto un errore di valutazione, non lei.

L'immagine è assolutamente casuale.

Questa storia parla di un errore di valutazione, da parte di una delle mamme del nostro reparto. Perché, per quanto invecchi, una mamma rimane sempre una mamma.

La Mamma in questione è finita da noi per un problema banale, che però l'ha tenuta a letto per molto tempo prima di risolversi, con il risultato che la signora ha dovuto sottoporsi ad un pochino di fisioterapia per riacquistare la piena mobilità. Quando è guarita dal punto di vista clinico, poiché era ancora un po' instabile, le abbiamo suggerito di trasferirsi per un periodo in una struttura di riabilitazione, ma la Mamma si è opposta con tutte le sue forze ed ha affermato di voler tornare a casa da suo figlio. Nessuna discussione è valsa a smuoverla sa quella decisione.

Ora, questo non dovrei dirvelo, ma una parente della signora, che era venuta a visitarla qualche giorno prima, ci aveva accennato che forse il figlio in questione non era il più adatto a prendersi cura di una persona anziana, pur senza specificare il perché. Così, abbiamo chiesto alla Mamma di rintracciare il figlio perché potessimo parlargli della sua dimissione (ed anche, ma a lei non l'abbiamo detto, per renderci conto di che genere di persona fosse).

Il primo incontro con questo signore di mezza età, per quanto mi riguarda, è stato abbastanza traumatico. Lo so che non si prende in giro la gente per il suo aspetto fisico, che è vile e indegno di un comico che si rispetti, ma da grande appassionata di Harry Potter non ho potuto fare a meno di notare un'inquietante somiglianza con Lord Voldemort. Il che, già di per sé, non è un ottimo biglietto da visita.

Il Figliolo.
Ma non saltiamo alle conclusioni sbagliate. L'ho salutato, mi sono presentata con un sorriso (a stento, ma ho sorriso) e mi sono offerta di accompagnarlo dagli altri medici per parlare di sua mamma, al che lui mi ha ringraziato gentilmente (visto che l'apparenza inganna?) e mi si è accodato.
Mi ci è voluto non più di una decina di secondi per accorgermi che l'avevo distanziato. Quando mi sono girata e l'ho visto zoppicare, lui si è scusato per la sua andatura lenta, spiegando che era dovuta ad un attacco di pubalgia.

In qualche modo, siamo arrivati in sala medici, dove la nostra dottoressa gli ha spiegato la situazione di sua madre, la sua fragilità e la necessità di qualcuno che le stesse accanto per aiutarla a recuperare la sua mobilità.
Avrà parlato più o meno per trenta secondi, prima che il Figliolo la interrompesse. Con aria disinvolta, ha cominciato un lungo discorso per tranquillizzarci, spiegandoci che lui era esperto nel campo della fisioterapia, che di mestiere faceva l'allenatore, che aveva avuto delle "collaborazioni con atlete professioniste" che avevano partecipato a Pechino 2008 (se sapete cosa vuol dire, per favore, spiegatelo anche a me), che aveva pronto un programma di riabilitazione per la Mamma basato sulle ricerche scientifiche più recenti, e penso un altro migliaio di cose ma a quel punto mi era già partito lo screen saver e non l'ho più ascoltato.


Avrà parlato ininterrottamente per una mezz'ora, non sto scherzando. La dottoressa, poverina, ogni tanto cercava di intromettersi in questo fiume di parole per tentare di arginarlo, ma era come cercare di fermare un treno in corsa con una fionda.
Una delle poche altre frasi che ricordo, nei rari momenti di lucidità che mi colpivano tra un pisolino e l'altro, riguardava un "favore personale" che il Figliolo ci ha chiesto. Ha infatti domandato se fosse il caso di usare, con tranquillità e senza sforzarsi eccessivamente, la cyclette che teneva in casa per fare un po' d'esercizio (ehi, non prendetevela con me se la frase è fuori contesto, ve l'ho detto che dormivo!). La dottoressa, un po' perplessa, gli ha risposto che forse, con la pubalgia, la cyclette sarebbe stata una di quelle cose da evitare. Al che la risposta del candido fanciullo è stata: "Oh, no, ma non per me... Per mia madre!"

Il massimo, comunque, l'ha raggiunto dopo aver finito di parlare. Eravamo tutti raccolti nella sala medici, in religioso silenzio, a goderci la pace dopo che l'interminabile intervento del Figliolo si era esaurito, quando abbiamo sentito un trambusto provenire dal corridoio. Perplessi, e ancora un po' imbambolati, abbiamo sentito un rumore di passi decisi diretti verso la nostra direzione, dopodiché il Figliolo ha fatto irruzione, infuriato, sventolando il foglietto su cui erano annotate le medicine che somministravamo alla Mamma.
"Questo non me lo dovevate fare!" ha tuonato, furibondo. "Non voglio mai più vedere mia madre che prende questo genere di schifezze! Avete capito?! MAI più!"
Noi siamo rimasti basiti, senza parlare, a guardarci l'un l'altro. Che il software delle terapie avesse fatto qualche pasticcio? Che la signora fosse stata messa in lista per ricevere del metadone?
Pian piano, la dottoressa si è avvicinata al Figliolo per vedere che cosa l'aveva tanto infastidito, ed io mi sono accodata. "Guardi, guardate!!" ha tuonato lui, indicando con un dito tremante un farmaco segnato all'inizio della pagina.

Era Tachipirina.

giovedì 20 settembre 2012

Zio Paperone

Metto le mani avanti: non vorrei buttarla in politica, ma a me il Sistema Sanitario Nazionale piace un casino. Non voglio offendere nessuno, ognuno ha la sua opinione, ma in questo caso sono convinta di essere dannatamente nel giusto. Certo, la nostra sanità ha dei difetti enormi, e nessuno meglio di un (quasi) medico ve lo può dire, ma rimango dell'opinione che una sanità scalcinata che cura tutti è meglio di una sanità perfetta e luccicante che cura solo i più facoltosi.

Mi piace da morire, prima da paziente e poi da medico, il fatto che qualunque squattrinato possa entrare in un ospedale e farsi curare completamente a gratis, e mi terrorizzano tutti quei luoghi dove questo non è possibile (e qui non è necessario specificare, perché sappiamo tutti di cosa sto parlando).
Da paziente, mi piace l'idea che un domani potrei finire sotto un tram e tranciarmi di netto le braccia, quindi non essere mai più in grado di svolgere alcun tipo di lavoro, e tuttavia essere curata grazie alle tasse dei miei concittadini. È una cosa a cui nessuno pensa mai, ma purtroppo una disgrazia può capitare anche al più ricco e famoso di noi, ed è bello pensare che se accadesse lo stato non mi lascerebbe morire al bordo di una strada. Toglie un po' di ansia, ecco.
Da medico, mi piace ancora di più il pensiero di non dovermi fare nessun tipo di problema sulla nazionalità, sulla posizione giuridica o sul ceto sociale dei miei pazienti, ma di potermi concentrare esclusivamente sulla loro salute. In tutta sincerità, nonostante i medici delle cliniche private guadagnino a volte delle cifre astronomiche, non vorrei esercitare in una condizione diversa da questa.

Perciò, è paradossale incontrare qualcuno che ti pone davanti delle condizioni economiche, in un contesto nel quale non c'è mai alcuno scambio di soldi tra noi e il "cliente" (se mi passate il termine). Sto parlando, naturalmente, di Zio Paperone.


Zio Paperone non è famoso per la sua prodigalità.

Zio Paperone, devo confessarlo, in questa storia è una donna, ma non sono riuscita a trovare un paragone più calzante e quindi mi sono presa questa piccola licenza poetica. Spero che mi perdonerete, e, soprattutto, che mi perdoni il vecchio Walt Disney.

Una cosa buona si può dire di Zio Paperone: non dimostra assolutamente gli anni che ha. Ed è anche l'unica cosa buona che si può dire di lei, ahimé. Perché la buona donna mescola la diffidenza che avevamo già incontrato nel Professore con un goccio di paranoia tutta sua, abbinata ad un interesse per i soldi che, come vedremo, è quasi maniacale.

Per esempio, esattamente come nel caso del Professore, somministrarle il test standard per la valutazione del suo stato mentale è stato un vero e proprio parto.
A questo proposito, per darvi un'idea, ho trovato su internet un modello del questionario che viene utilizzato in tutto il mondo per farsi un'idea (molto approssimativa, ovviamente) delle condizioni mentali dei pazienti geriatrici. Il test si chiama MMSE (Mini-Mental State Evaluation) e potete trovarlo a questo indirizzo. Potete anche divertirvi a somministrarlo ai vostri parenti o a farvelo tra di voi, se non avete paura del risultato: come vi ho già detto, è estremamente semplificato ed approssimativo, quindi non è il caso di spaventarsi se il punteggio finale non è eccelso.

Come potete vedere, le domande del test sono molto elementari: in che anno siamo, in che città siamo, ripeta dopo di me "tigre contro tigre"... eppure, come potrete immaginare, molti pazienti con vari gradi di demenza hanno difficoltà ad eseguirlo correttamente. Il test serve proprio a darci un'idea di quanto è compromessa la capacità di ragionamento del paziente.
Zio Paperone, bisogna dirlo, ha ottenuto un risultato eccellente, sicuramente sopra la media del reparto. Il problema è che l'eccessiva semplicità delle domande, pare assurdo ma è così, l'ha offesa a morte.

Ora, immaginatevi la scena. Il test, come avrete visto, comprende una ventina di domande; di solito, per farlo tutto, occorre non più di un quarto d'ora. Con lei, nonostante il suo ottimo risultato, ci avremo messo almeno il doppio del tempo. Perché dopo ogni singola domanda, nessuna esclusa, partiva sempre la stessa filippica.
"Ma mi prendete per scema? Ma credete che sia stupida? Perché mi fate queste domande? Mi volete ricoverare tra i matti? Non sono mica tonta! Ma cosa sono queste domande? Mi volete rinchiudere?"
...questo per venti domande. Per mezz'ora. Io mi stampavo in faccia un sorriso che avrebbe fatto impallidire le iene del Re Leone, e le ripetevo pazientemente che era normale per noi somministrare quel test a tutti i pazienti, e che nessuno era mai finito in manicomio per aver risposto male alle domande. Alla quinta interruzione avrei voluto spolparla come un porcellino, per dire quanto ero calata nella parte.



Ma il suo tallone d'Achille era un po' più in basso: per la precisione, dalle parti del portafogli.
Devo dire la verità: qualche indizio ce l'aveva già dato. Invece di sparpagliare le sue cose per tutta la stanza, come normalmente si fa nei soggiorni lunghi in albergo e in ospedale, teneva sempre tutto nella sua grossa borsa nera di pelle, sempre appesa alla sponda del letto, e a cui si abbarbicava non appena qualcuno entrava nella stanza.
Potevamo già capire che c'era qualcosa che non andava, insomma.
Devo anche ammettere, senza voler peccare di superbia, che è un po' insultante entrare nella camera di un paziente durante il giro visite e vedere subito la sua mano correre alla borsetta. Sono una morta di fame, è vero, ma non sono ancora arrivata al punto di rubare dalla borsetta della nonna. Al massimo accetto caramelle e biscotti, grazie, al vostro buon cuore.

Tutto, in Zio Paperone, riconduceva ai soldi. Ma proprio tutto.

Comica è stata la scena di quando il suo cellulare ha esaurito la batteria. L'abbiamo trovata in grande agitazione, perché il telefono "non andava più". Dopo ripetute promesse di ridarglielo, e sotto il suo occhio vigile, sono riuscita a dargli un'occhiata e le ho spiegato cosa c'era che non andava. Grande panico.
"Ma allora" mi ha guardato sospettosa "devo dare i soldi a qualcuno che mi faccia la carica?"
"No, signora, il credito è a posto, è la batteria che si è scaricata. Deve mandare la sua badante a casa a prenderle il caricabatterie."
"Ma la mia badante non entra in casa da sola!"
"Vabbè, non può darle... le chiavi... e..."
Stava ricominciando con l'espressione da mi-stai-prendendo-per-il-culo. Tu vorresti che io mandassi la badante a casa da sola? Con le mie chiavi?
In effetti, a posteriori, mi rendo conto di aver detto un'idiozia.

Nonostante ciò che vi ho detto finora, però, non era per niente scema. Il dubbio che qualcosa non andasse nella situazione deve esserle venuto più volte, perciò mi ha chiamato nella sua stanza e, dubbiosa, mi ha mormorato qualcosa all'orecchio.
"Senta, ma chi paga per il mio ricovero? Devo pagarvi io?"
Le ho sorriso. "Qui è tutto gratis, signora. Nessuno deve pagare niente."
Di nuovo la sua espressione brevettata. "E a voi chi vi paga?"
"Lo Stato, signora. Attraverso le tasse."
Ha sorriso con aria saputa. "E allora vede che prende i soldi anche da me?"

Avrei voluto dirle che io non prendo una lira per stare lì, che faccio tutto su base assolutamente volontaria. Ma me n'è mancato il cuore.

venerdì 31 agosto 2012

Dalla parte degli studenti

La vecchiaia è sicuramente l'età della vita che la maggior parte della gente trova più repellente. È triste, ma è così. Il nonno fa tenerezza solo quando ti allunga la caramella o i 50 euro, ma nel momento in cui si trova ad aver bisogno, nella maggior parte dei casi, diventa un peso insopportabile.

Eppure, la maggior parte della gente non sembra rendersi conto di quanto sia assurda questa mentalità. Ricordo ancora che, il primo giorno di lezione al corso di Geriatria, il nostro prof si presentò a noi con un aneddoto, che qui cerco di riportarvi per intero:
"Io ho una paziente molto impegnativa. È assolutamente incontinente, per cui ha bisogno di essere cambiata spesso. Non è in grado di nutrirsi da sola, e non riesce ad esprimersi correttamente, perciò se sta male o prova dolore da qualche parte non ha modo di comunicarcelo con esattezza. In più, non riesce a camminare e ha difficoltà ad eseguire anche i movimenti più semplici. Per questo motivo, necessita di assistenza continua ventiquatt'ore su ventiquattro."

Un attimo di silenzio per figurarci la situazione, poi ha aggiunto: "Questa paziente è mia figlia, che ha cinque mesi."

Da quando l'ho ascoltata per la prima volta, questa storia non mi è mai più uscita dalla testa. È incredibile la rassomiglianza tra gli anziani e i bambini piccoli, ed è ancora più incredibile la disparità di trattamento che ricevono.
Pensate ad un neonato che fa le bolle con la saliva, che rigurgita il latte o anche che fa la pipì dappertutto: ognuno di questi comportamenti viene accolto con un sorriso e una scrollata di spalle. "È pipì di angelo", diceva la mia nonna.
Ora pensate ad un anziano che fa tutte le cose di cui sopra. E non aggiungo altro.

Comunque, la parte divertente di tutto ciò è assistere alle reazioni degli studenti che si trovano a passare, per qualche giorno, nel mio reparto.

Un po' di contesto: gli studenti di medicina vengono obbligati, durante la seconda metà del corso, a passare qualche settimana in diverse corsie ospedaliere. Se comincio a lamentarmi dell'idiozia con cui questa opportunità, peraltro importantissima, viene gestita dai medici e dai professori, non la finisco più; perciò, vi basti sapere che spesso i poveri studenti scelgono la corsia un po' a casaccio, nella speranza di trovare qualche anima pia che insegni loro qualcosa di utile, invece di comportarsi (come avviene nel 99% dei casi) come se fossero invisibili. Gli studenti amano definire la loro attività in corsia come "Reggere i muri", per sottolineare l'importanza del loro compito.

Dicevo, alcuni di questi studenti a volte capitano anche da noi, ed allora è un vero e proprio divertimento. Perché, come vi dicevo prima, la geriatria non piace a nessuno, e i ragazzi, specie i più giovani, non sono ancora molto bravi a nascondere le loro vere opinioni dietro una perfetta faccia da poker.

(N.B.: premetto che il reparto in cui mi trovo è uno dei pochi, e per pochi intendo davvero pochi, dove i dottori e gli specializzandi prendono davvero a cuore queste povere pecorelle smarrite e perdono qualche minuto, e nel mio caso anche di più, ad insegnare loro i rudimenti della medicina. Perciò, mi sento del tutto in diritto di prenderli un pochino in giro, perché, con le esperienze che ho avuto io in prima persona negli altri reparti, dovrebbe esserci la fila fuori dal nostro padiglione.)

Il più delle volte basta guardarli, per farsi intimamente qualche risata. Di solito, per esempio, agli studenti più giovani spetta il compito di prendere la pressione ai pazienti, per la doppia ragione di fargli fare un po' di pratica e dar loro qualcosa da fare che non provochi troppi danni se sbagliano.
Purtroppo, senza l'ausilio di fotografie non posso descrivervi in maniera efficace le loro espressioni, perciò cercherò di immaginare che cosa gli passi per la mente durante una visita normale.

Studente: "Buongiorno, signora."
Paziente (mezza addormentata): "Hmmmf?"
Mio dio, che faccia che ha... Ma le avranno cambiato il pannolone? Oh, cielo, che odore...
S: "Le prendo la pressione, va bene?"
P: "Eh?"
S: "LE PRENDO LA PRESSIONE!!!"
Occhei, ora tiriamo su la manica... Avrà mica qualche malattia? Oh, perché non ho preso i guanti? E che cos'è questa roba bagnata? Si sarà versata dell'acqua addosso... almeno, spero! Vabbè, mettiamo un po' questo bracciale...
P: "Che ore sono?"
S: "Le nove e mezza, signora."
P: "Eh?"
S: "LE NOVE E MEZZA!!"
Se solo la smettesse di muoversi, non sento niente...
S: "Signora, può stare... ehm, cioè... STIA CALMA, NON RIESCO A SENTIRE NIENTE!"
P: "...eh?"

A questo punto, di solito, il povero studente lancia uno sguardo omicida a me, alla specializzanda e alimortaccinostri che l'abbiamo mandato a prendere la pressione alla vecchietta più svitata del reparto. Io di solito faccio finta di niente, covando in cuor mio la consapevolezza che quella signora è una delle più tranquille del reparto, e che da quelle veramente svitate lui non sopravviverebbe tre minuti (io stessa ce la faccio a stento).
Ma me lo tengo per me.

La vera meraviglia, comunque, è chiedere la loro opinione. Perché lo studente di medicina è, nella maggior parte dei casi, una persona educata; ed anche quelli spocchiosi e maleducati, con cui mio malgrado mi sono trovata più volte a che fare, hanno comunque una certa soggezione dei medici e degli specializzandi del reparto in cui frequentano, e non osano dire quello che gli passa davvero per la testa.
Per esempio, qualche mese fa ho avuto una conversazione con una di queste studentesse, che era un po' attempata (parlo io, ma vabbè) e perciò l'avevo scambiata per una laureanda in cerca della tesi. Perciò, anche per farmi un'idea della concorrenza, le ho chiesto se le piaceva la geriatria.

Un lampo di terrore le ha attraversato gli occhi, mentre cercava una risposta. "B-beh... è molto... come dire... interessante, ecco."
A quel punto ho realizzato che si trattava di una studentessa ancora acerba, ma l'occasione era troppo ghiotta per lasciarsela scappare.
"Sai, si imparano moltissime cose, qui." Cose che sarebbe meglio dimenticare, dicevano i suoi occhi. Mi sono appoggiata al carrello, dove c'era la specializzanda che sfogliava una cartella, con lo stesso atteggiamento del chihuahua che fa lo spavaldo al sicuro tra le zampe di un alano, ed ho proseguito: "Vedi molte malattie diverse, impari bene la pratica... non è vero?"
"S-sì, sì, certo..."
"E poi i pazienti sono simpatici! Siamo proprio fortunati in questo periodo!"
"Sì, sono simpatici..." Si vedeva dai suoi occhi che non ce la faceva più, perciò si è buttata. "Sono solo... come dire..."
"Cosa?"
"U-un po'..."
"Un po' cosa?"
"...vecchi."

Nulla può il mio sarcasmo, contro tanta tautologia.

venerdì 10 agosto 2012

Violetta

E rieccomi qua! Torno con un po' di tristezza davanti al computer, pur scusandomi per la mia prolungata assenza, perché anche se agosto è appena iniziato le mie vacanze sono già finite. Ebbene sì. Ma, se non altro, il rientro è stato accompagnato da nuovi incontri in reparto, quindi alla fine non mi posso lamentare più di tanto.

Per ringraziarvi di essere tornati a leggere nonostante un mese e mezzo di mia assenza, voglio raccontarvi di cosa succede quando invece una persona perde le speranze. O meglio, di quando le perde senza ragione, visto che in caso contrario non ci sarebbe proprio nulla da ridere. Insomma, voglio parlarvi di Violetta.

Violetta è arrivata da noi quasi sotto silenzio, perché le sue condizioni erano tutto tranne che allarmanti. Era una signora molto giovanile, dalla parlantina vivace, che era stata trasferita in ospedale dal pensionato in cui si trovava per una bronchite. Ora, una bronchite ad una certa età deve sempre mettere in allarme, perché non si sa mai cosa può succedere, ma le cure prestate al pronto soccorso erano state molto efficaci e, quando noi l'abbiamo visitata, non abbiamo trovato nulla di preoccupante. Era stata solo una semplice bronchite, nulla più, da cui il soprannome.

(NdA: i classicisti, per favore, non mi saltino al collo. Lo so benissimo che Violetta - quella vera - è morta di tubercolosi, non di bronchite. Tuttavia, mi trovavo abbastanza sprovvista di paragoni calzanti, e inoltre, come vedrete, la tragicità della sua situazione non ha nulla da invidiare a quella della Traviata. Leggete e credetemi!)


Una traviata a caso.

Dunque, la visita è stata accurata ma abbastanza breve, anche perché la signora sembrava abbastanza tranquilla e collaborante.

Sembrava.

Non sono passati dieci minuti da quando io e il dottore avevamo ripreso il giro, che l'ho sentita chiamare.

"Dottore! Dottore!"

Sono andata a vedere cosa volesse, mentre il dottore finiva di visitare un altro paziente, e l'ho trovata appesa alle sbarre del letto con aria sofferente.

"Cosa c'è, cara?"
"Me lo leva questo affare?" ha guaito, mostrandomi il polso, dove gli infermieri del pronto soccorso le avevano lasciato la cannula della flebo. "Mi sta facendo impazzire!"
"Cara, sarebbe meglio di no, perché se poi dobbiamo farle un prelievo la dobbiamo bucare come un puntaspilli. Se non le fa male è meglio che lo tenga, va bene?"
Mi ha lanciato uno sguardo infelice, poi ha annuito. "Va bene, dottoressa."

Ho fatto a malapena in tempo a raggiungere il dottore, che ha ricominciato a chiamare.
"Dottore! Dottore!"
Questa volta mi sono fatta accompagnare dal dottore, e gli ho spiegato brevemente la situazione della flebo prima che entrassimo nella stanza. Non sto a descrivervi la scena successiva, perché è stata la fotocopia della prima: il dottore le ha ripetuto quello che le avevo detto io, e lei si è arresa di malavoglia.
Non avevamo fatto neanche dieci passi, però, che Violetta ha chiamato per la terza volta. A questo punto il dottore, rassegnato, non ha potuto far altro che accontentarla, raccomandandole alla fine di stare quieta per un pochino.

Sì, come no.

Saranno passati dieci minuti, forse, quando il lamento è ricominciato.

"Dottore! Dottore!"
Io ho guardato il dottore, il dottore ha guardato me, e il suo sguardo diceva pressappoco "Prova ad allontanarti da questo carrello e ti prendo a fucilate." Mi sono rassegnata a lasciarla lamentarsi per un po', ma non immaginavo che lei avesse già una strategia pronta.

Un attimo di silenzio, e poi: "Dottoressa bionda! Dottoressa bionda!!"
Era abbastanza chiaro a chi si riferisse, tanto chiaro che il dottore è scoppiato a ridere e mi ha dato il permesso di rispondere alla chiamata. Sono entrata nella stanza, un po' indecisa se ridere o offendermi, e l'ho trovata rannicchiata sul letto con un'espressione che avrebbe fatto piangere i sassi.


Ecco, giusto per rendere l'idea.
"Dov'è mio figlio?" ha pigolato, con una vocetta da stringere il cuore.
"Non lo so, stella." Ho cercato di tranquillizzarla come potevo: "Sarà al lavoro. Che lavoro fa?"
"Insegna all'università..."
"E allora starà lavorando, è orario di lezione."
La risposta non è sembrata rassicurarla granché, se devo essere sincera.
"Ma non viene a trovarmi?"
"Ma certo che viene, cara, arriverà più tardi."
Allora le si è accartocciata la faccia come un fazzoletto, e ha pigolato "Se arriva più tardi mi trova morta di sicuro!"

A questo punto, ammetto che sono rimasta abbastanza spiazzata. Mi era già capitato di dover tranquillizzare pazienti in gravi condizioni, ma non sapevo da dove cominciare a calmare una persona che chiaramente non aveva più nulla. Mi sono seduta sul bordo del letto, cercando di raccapezzarmi.
"Cara, non dica queste sciocchezze. Lei sta benissimo, perché dovrebbe morire?"
"Perché sono in ospedale" ha piagnucolato Violetta. Logica inappuntabile.
"Ma adesso è guarita, tra poco la manderanno a casa. Ha avuto solo una bronchite, non si muore per così poco!" (Ok, questa era una bugia, però a fin di bene.)
Insomma, dai e dai sono riuscita a convincerla che non era il caso di chiamare il parroco, e mi sono alzata dal letto. Lei si è allarmata immediatamente.
"Dove va?!"
"Devo andare a visitare gli altri malati, cara."
"Ah... va bene, allora."

Sono uscita dalla stanza e ho raggiunto il dottore, che nel frattempo aveva quasi completato il giro, parlato coi parenti e vinto tre premi Nobel. E ovviamente...

"Dottoressa bionda! Dottoressa bionda!!"

Il dottore non ha alzato neanche un sopracciglio. "Vuole te."
Nel frattempo, giusto per darvi un'idea, avevamo a un capo del corridoio un ultrà del Manchester United che chiamava la mamma a squarciagola più o meno da un'ora e mezza, e all'altro capo la Squaw (sì, sempre lei) in una delle sue esibizioni liriche migliori.

Sono rientrata meditando pensieri omicidi, e Violetta si è subito azzittita.
"Cosa c'è adesso, cara?"
"Quando arriva mio figlio?"
Ho chiamato a supporto tutti gli angeli del Paradiso.
"È al lavoro, cara, arriverà più tardi. Ora devo andare, però."
"Aspetti!" ha detto precipitosamente, per poi inalberare la faccia da gatto-con-gli-stivali. "Non vuole restare a farmi un po' di compagnia?"
Qualcosa si è sciolto in questo vecchio cuore acido. "Cara, mi piacerebbe tanto, ma ci sono altre persone che stanno male. Devo andare a visitare un po' anche loro. Le prometto che torno presto, ma lei ora deve stare buona qui."
"Oh... capisco. Però... dottoressa..."
"Sì?"
"Quando arriva mio figlio?"

giovedì 21 giugno 2012

Il Professore

Non mi piace parlare molto di me, fondamentalmente perché sono convinta che a nessuno interessi una mazza, ma se proprio dovessi trovare un modo per definirmi direi di essere una persona dai gusti semplici. Noiosa e monotona, direbbero alcuni, ma sta di fatto che mi basta poco per essere felice. Stare sdraiata in macchina durante una giornata piovosa, con la testa sulle ginocchia della persona che amo, a guardare le nuvole cambiare forma oltre il parabrezza, assomiglia molto alla mia idea di paradiso.
Naturalmente, non tutti la pensano alla mia stessa maniera. C'è molta gente che è piú esigente di me, sia dalla vita in generale che da coloro che la circondano, e non mi sento di biasimarla. E poi, ogni tanto, c'è chi trasforma l'esigenza in supponenza, e questa in diffidenza, e qui cominciano i problemi.


Il Professore, ovviamente, è uno di questi. A pensarci bene, se ho capito come ragiona, la sua dev'essere una vita abbastanza triste: è una persona con un passato da contadino, e con la cultura media delle persone del suo tempo, che vive nella convinzione di essere circondato da idioti. Il che, per inciso, può anche essere vero; ma non toglie che, dopo sei anni di studio matto e disperatissimo, sentirsi dare delle lezioni dal primo che passa può essere abbastanza irritante.


Per esempio, qualche giorno fa ha lamentato problemi ad andare di corpo. Indagando un attimo, sono riuscita a capire che il sistema di smistamento non era proprio del tutto inceppato, semplicemente andava un po' a rilento. Ciò nonostante, la cosa sembrava irritarlo a morte, ed insisteva per farsi fare un clistere.
"Mi dovete fare un clistere! Un cli-ste-re! Sapete, quando prendete quel tubo e lo infilate nel didietro, e poi aprite l'acqua..."
Ora, non ho mai preteso di essere un genio della medicina, anzi, le mie conoscenze sono sicuramente scarse rispetto a tutti i miei colleghi di reparto (che sono anche tutti più grandi di me, per essere onesti). Mi rendo anche conto che, quando compaio davanti ai pazienti alla mattina presto, è facile scambiare le mie occhiaie monumentali e lo sguardo rintronato da deprivazione di sonno con l'occhietto vitreo dello strafatto di crack, e non è un passaporto verso la fiducia degli altri.
Ciò nonostante, a parer mio, il semplice fatto di indossare un camice dovrebbe mandare un messaggio al paziente: e cioè che non sarò un genio, ma non c'è bisogno che mi insegni cos'è un clistere. Almeno quello lo so, grazie.


Quello che lo salva, l'unico aspetto positivo che impedisce di strozzarlo, è il fatto che è una persona abbastanza educata. Perciò, nella maggior parte dei casi, riesce a trasformare la sua supponenza in condiscendenza; che è ugualmente irritante, ma è nascosta dietro quel velo (molto sottile, per la verità) di cortesia che non ti permette di mandarlo a quel paese.
Ne ho avuto un assaggio quando sono andata nella sua stanza, un pomeriggio, per sottoporlo a una serie di test. Sono domande, perlopiù a quiz, che somministriamo a tutti i pazienti di una certa età per valutare quanto siano in pericolo di vita e quanto siano in grado di provvedere a tutte le loro faccende quotidiane. Solo che questo non sono riuscita a spiegarglielo.
Con me è stato molto gentile, al contrario che con gli altri dottori, forse perché essendo giovane gli faccio simpatia. Ha risposto a tutte le mie domande, ha eseguito tutti gli esercizi che gli ho chiesto di eseguire e non si è mai lamentato. Ha persino inframmezzato le pause tra un test e l'altro con una serie di aneddoti interessanti, tipo "come si prepara il sapone fatto in casa".
Ma per tutto il tempo, ogni volta che mi interrompevo un attimo per segnare un punteggio o ragionare su una risposta, mi faceva un sorrisetto dei suoi e buttava lì un "Spero che questo le serva per i suoi studi!". E io a rispiegargli, pazientemente, che quei test servivano più a lui che a me, e lui a scuotere la testa sorridendo, come se condividessimo un adorabile segreto. Odio.


La prova definitiva del suo gentile carattere, fortunatamente, non l'ho avuta io. Un giorno è arrivato in reparto uno psichiatra, per una consulenza su un'altra paziente (vi ricordate la Squaw?), e già che c'era gli abbiamo chiesto di dare un'occhiata anche al Professore. Sfortunatamente, era l'ora di pranzo, e lui era seduto sul letto con tutti i suoi vassoietti ordinatamente disposti davanti a sé.
La specializzanda (io ero solo appesa allo stipite della porta, a sbirciare) non ha fatto neanche in tempo a presentargli lo psichiatra, che lui ha reagito subito con sprezzo: "Andatevene."
Lo psichiatra ha tentato di augurargli il buongiorno, ma non ha fatto altro che peggiorare la situazione. "Andatevene, ho detto. Io ora sto mangiando e voi ve ne dovete andare. Tornate più tardi."
Mogi mogi, i due dottori hanno fatto per uscire, ma il Professore non ha resistito a dare la stoccatina finale.
"Tanto," ha sbottato "per il mestiere che fate, potete anche tornare in un altro momento."


Che personcina adorabile.

martedì 5 giugno 2012

La Squaw

Prima di iniziare questo nuovo fantamirabolante post, vorrei festeggiare con voi il primo mese del blog, che in realtà è caduto due settimane fa ma non me ne sono accorta fino ad oggi. Del resto, mio il blog, mie le festività. Evviva!

In queste sei settimane scarse, vi ho descritto, con ironia talvolta impietosa, una notevole accozzaglia di soggetti più o meno bizzarri con cui mi sono trovata a che fare. Scherzi a parte, però, non mi era mai successo di dovermi confrontare con un vero malato di mente: dementi, iracondi, con qualche venerdì in meno, di quelli ne ho incontrati a iosa, ma un "pazzo" nel senso psichiatrico del termine non mi era mai capitato.
Però, visto che Dio vede e provvede, ultimamente ho avuto modo di aggiungere anche questa esperienza al mio bagaglio.


Non so se ci avete fatto caso, ma nelle pagine precedenti ho sempre evitato di addentrarmi troppo in profondità nel descrivere le condizioni cliniche dei miei pazienti. Questo per diverse ragioni: legali, di etica professionale, e soprattutto di rispetto. Ma anche se per una volta decidessi di abiurare a questo mio principio, sinceramente non saprei dirvi con precisione di che disturbo soffra la Squaw: le mie conoscenze di psichiatria sono quel che sono, mi spiace, quindi abbiate pazienza ed accontentatevi della descrizione.


Il mio primo contatto con la Squaw è avvenuto una mattina presto, mentre stavo controllando i resoconti delle infermiere del turno di notte. Capita spesso che i pazienti mediamente autosufficienti, che come tutti gli anziani si svegliano di buon'ora, si accampino provvisoriamente davanti alla televisione del salottino del reparto, quindi col tempo ho imparato a ignorare i rumori di fondo del primo mattino e a concentrarmi sul mio lavoro.
Quella mattina ricordo di aver registrato vagamente i rumori che mi giungevano dal corridoio, e di aver concluso che probabilmente in tv doveva esserci un cartone animato di Scooby-Doo. O quello, o un'opera lirica eseguita dal peggior cane della storia. Ma, come vi ho detto, non ci ho fatto particolarmente caso, sino a quando ho visto la signora delle pulizie entrare sghignazzando nella sala infermieri e lasciarsi cadere su una seggiola, stanca morta per le risate. Solo allora, con la prontezza per cui sono famosa, ho realizzato che forse qualcosa non andava.




Dal corridoio proveniva un "OoooooooooOOOOOOoooo-oooo", uguale spiccicato al verso che fanno i fantasmi nei vecchi cartoni animati (quell'ululato un po' stridulo, avete presente?). Mancava solo il clangore delle catene e mi sarei spaventata di brutto. La situazione non è migliorata quando, con un po' di timore, mi sono avventurata fino alla fonte del suono ed ho visto una signora, nel suo lettino, che agitava le braccia a tempo con gli ululati, come un direttore d'orchestra.


Siccome non sembrava che fosse in pericolo immediato, passato il primo stupore ho deciso di ignorarla e mi sono rimessa al lavoro. Sarà passata un'ora, più o meno, stavo facendo il giro visite con la specializzanda, quando un altro rumore mi ha distratta.
Questa volta era un goglottio (sono andata a cercare la parola giusta a beneficio vostro, ché non si dica che questo blog non fa educazione), ossia - per farla breve - il verso del tacchino. Ora, lo so che la mia esperienza precedente avrebbe dovuto facilitarmi nel fare due più due, ma provate a mettervi nei miei panni e ditemi se, nel bel mezzo di una corsia d'ospedale, non rimarreste abbastanza spaesati nel sentire un "Gluglugluglugluglu" che riecheggia alle nove del mattino. In breve, ci ho messo un po' a collegare questo suono all'episodio di prima, ma alla fine ho concluso che la Squaw doveva essere scesa sul piede di guerra e che, finché non dissotterrava il Tomahawk, non erano fatti miei.


Il che dimostra, una volta di più, che l'apparenza inganna. Perché quando, alla fine del giro, sono tornata indietro e sono finalmente passata davanti alla stanza della Squaw, ho appreso con orrore che quei versi che emetteva non erano un virtuosismo dettato da una fantasia momentanea.
Era la sua voce. La sua voce normale, intendo.


A questo punto, vi aspetterete che descriva il meraviglioso gesto di pietà che ho avuto nei confronti di questa povera anima tormentata. Sì, se la comprensione mi fosse giunta qualche ora prima avrei anche potuto andare a consolare la povera Squaw.
Se non che, vedete, nel nostro reparto il giro visite comincia più o meno alle nove e termina poco dopo mezzogiorno. Quel giorno in particolare avevamo avuto un'altra signora che si era sentita male ed aveva monopolizzato le nostre attenzioni per un po', quindi il giro era finito verso l'una.
Ed era dalle nove che la Squaw goglottava ininterrottamente.


Tacciatemi di negligenza e cinismo becero, ma considero già un grande gesto di pietà l'essermi trattenuta dallo strozzarla con le mie mani.

venerdì 1 giugno 2012

'O terremoto

Mentre tutta Italia piange i morti dei recenti terremoti, che non avevano altra colpa che quella di essere molto sfortunati, voglio cercare di sdrammatizzare raccontandovi in poche righe le reazioni dei miei vecchietti alle recenti bizze del nostro pianeta. Sia chiaro che non intendo assolutamente paragonare le mie (dis)avventure quotidiane alla gravità di un evento così luttuoso e devastante: tutto quello che scriverò d'ora in poi, come sempre, va inteso solo e soltanto con ironia.


Premetto immediatamente, per tranquillizzarvi, che la zona dove vivo e lavoro non è, fortunatamente, una di quelle flagellate dal terremoto. Ciò nonostante, visto che non ci facciamo mancare niente, negli ultimi mesi anche dalle mie parti abbiamo ballato con una certa vivacità, anche se penso che i danni più gravi non abbiano oltrepassato la morte violenta della zuppiera di cristallo della nonna.
Nondimeno, 'o terremoto è sempre 'o terremoto.


Visto che le disgrazie non vengono mai da sole, il caso ha voluto che questi ultimi terremoti capitassero in un periodo abbastanza delicato nella vita del reparto in cui lavoro. Ora, non so bene come esprimere questo concetto con il tatto necessario, perciò vi fornirò una metafora poco elegante ma molto esplicativa: nell'ultimo paio di settimane, con la dimissione dei pazienti guariti ed il ricovero dei nuovi malati, il reparto aveva finito per assomigliare molto poco a un ospedale e molto di più alla gabbia delle scimmie dello zoo.
Non avete capito? Ok, ve la metto in un altro modo: ci sono mesi in cui il reparto fila come un orologio, tutti vanno d'accordo e i pazienti sono docili come agnellini. Ce ne sono altri, invece, in cui sembra che tutti i pazzi scatenati della provincia si siano dati appuntamento per farsi ricoverare da noi. Ecco, questo periodo è uno di questi ultimi.


Comunque, dicevamo, 'o terremoto. Il mio primo pensiero, quando ho visto il carrello delle cartelle cliniche che camminava per i fatti suoi, non ha riguardato, lo ammetto con un po' di vergogna, i miei poveri vecchietti. Ho invece fissato con un certo orrore fuori dalla finestra della sala medici, in giardino, dove il bombolone dell'azoto liquido da 4000 litri oscillava beato tra i raggi del sole. Ho pensato a quanto sarebbe stato ignobile farmi ritrovare dai soccorsi come una specie di gigantesca stalagmite, e dire che quella mattina non mi ero neanche pettinata bene. Poi la terra ha rallentato, il bombolone si è fermato e il mio cuore è ripartito.


Subito dopo, ovviamente, i pazienti. Per qualche secondo abbiamo sperato che non se ne fossero accorti... speranza vana, direte voi, ma solo perché non li conoscete: in quel momento, non sembrava un'idea così campata in aria.
Molto gentilmente, a scoppiare la nostra pavida illusione ci ha pensato subito la Squaw (di cui ho parlato qui), che ha cacciato un urlo come se la stessero scotennando. Il che, a ben pensarci, è in linea col suo soprannome.


Come se stessero aspettando il colpo dello starter, tutti gli altri vecchietti sono impazziti. Una, da che era seduta sulla carrozzella, s'è fatta prendere dalla foga di tornare a letto (non chiedetemi per quale motivo), dimenticandosi però di avere il sacchetto del catetere assicurato alla ruota. L'abbiamo ritrovata ululante qualche secondo dopo, come la più bizzarra impiccata al contrario della storia. No, non è stato un bello spettacolo.
Un'altra ha cominciato a snocciolare un rosario così forte che ho avuto paura che le perline prendessero fuoco per l'attrito.
Nel reparto c'era un delizioso odore di campo coltivato (a buon intenditor...). Una delle signore che stavano guardando la televisione nel soggiorno, che già mi aveva dato l'idea di esserci poco con la testa, ha cominciato a dondolare sulla sedia a rotelle peggio di Rain Man quando non vuole salire sull'aereo con Tom Cruise. Mi sono dovuta lanciare a pelle d'orso per bloccarle entrambe le ruote, prima che facesse un giro della morte nel senso letterale della parola.
Nel frattempo, Lupin (ve lo ricordate?) gironzolava bello allegro per il reparto, andando a mettere scompiglio nelle stanze delle poche signore che non avevano ancora ben capito l'accaduto. Se non me lo dimettono entro breve, giuro che quel tizio prima o poi fa una brutta fine.


Insomma, piano piano, la crisi è passata. Abbiamo rimesso a posto i pazienti evasi dai letti, abbiamo calmato gli ansiosi, dato da bere agli assetati e via discorrendo. Poi, prima di ricominciare il giro, mi è preso lo scrupolo di fare una piccola ricognizione per vedere che non ci fosse sfuggito qualcosa... che so, qualcuno che si era buttato dalla finestra, o che aveva approfittato della confusione per impiccarsi alle sbarre del letto. Per dire.
Ad un certo punto, sono capitata davanti alla stanza del Professore (che potete trovare qua). Stava lì seduto sul letto, dritto come un fuso, a fare le parole crociate. In un impeto di buon cuore, mi sono affacciata dallo stipite della porta per sincerarmi che non fosse spaventato.


"Professore!" l'ho apostrofato. "Ha sentito che c'è stato il terremoto?"
Quello ha alzato lentamente la testa e mi ha guardato.
"Chemmefrega a me del terremoto. Tanto io devo morire."
Tiè. La prossima volta imparo a farmi i fatti miei.

martedì 29 maggio 2012

Lupin

La vita in ospedale, come vi ho già accennato, è una vita di compromessi. Tra medico e paziente, tra medico e infermiere, tra pazienti e infermieri, e via discorrendo. Tu vuoi che ti tolga il catetere, io ti dico di no ma in cambio ti concedo di cominciare a sgambettare in giro con la supervisione del fisioterapista. Tu hai un diabete allucinante e vorresti vivere solo di biscotti, io te ne concedo qualcheduno se ti fai cambiare la medicazione senza far storie. Compromessi, appunto.
Nella maggior parte dei casi, questo metodo funziona abbastanza bene. Ovvio, il paziente tende a chiedere sempre di più e il medico talvolta pecca di eccessiva prudenza, ma alla fine si riesce spesso a trovare una qualche sorta di equilibrio dinamico, che soddisfa in maniera sufficiente tutti quanti.
Quando il compromesso fallisce, però, è un dramma.


Prendete Lupin. Lupin è stato ricoverato per fratture multiple, ed ha passato un periodo di tempo considerevole bloccato a letto come uno stoccafisso. Naturale che, nel momento in cui ha cominciato a sentirsi meglio, la sua prima richiesta sia stata quella di potersi alzare. (Richiesta, a latere, che ha fatto seguito a diversi tentativi di evadere dalle sbarre del letto alle tre del mattino, causando scompensi notevoli alle povere infermiere del turno di notte.)
Nel suo stato di salute, però, andare a fare la maratona di New York era abbastanza sconsigliabile, per cui, dopo lunghi tira e molla, siamo arrivati (giustappunto) ad un compromesso: il dottore gli ha permesso di farsi mettere sulla sedia a rotelle, in modo che potesse girellare per il reparto senza correre il rischio di cadere e fracassarsi come una statuetta di porcellana.


Per un po' è andata bene così. Poi, quando la novità della carrozzella gli è venuta a noia, Lupin ha deciso di movimentare un po' la situazione. La richiesta più pressante, negli ultimi tempi, riguardava la possibilità di poter fumare; attività che, in un reparto di ospedale, viene sempre guardata con una certa repulsione.
Il primo ostacolo è stato quello di procurarsi le sigarette. Con grande abilità, bisogna dirlo, Lupin ha fatto tanto da riuscire ad impietosire uno dei parenti del suo vicino di stanza, che di nascosto dai medici e dalle infermiere ha contrabbandato un pacchetto di Marlboro tra le maglie dei severissimi controlli della caposala. E passi.
Quindi, è venuto il momento di farsi dare il permesso di uscire. Forte del successo precedente, Lupin ha cominciato a mendicare aiuto dai pochi pazienti deambulanti per farsi aprire le porte del reparto, cosa che gli riusciva abbastanza difficile dalla sua sedia a rotelle (si tratta di porte tagliafuoco, giusto per contestualizzare). Stavolta gli è andata male, perché i medici l'hanno beccato sul nascere ed hanno proibito tassativamente a chiunque di aiutarlo nella sua impresa, ma lui non si è dato per vinto. Dai e dai e dai, tra suppliche, preghiere e giuramenti di comportarsi bene, è riuscito a strappare il permesso ad uno dei nostri dottori, guadagnando così l'agognato ascensore che lo portava al piano terra del padiglione.


Pareva finita lì. Se non che, come spesso accade quando ci si calano troppo le braghe, è successo il patatrac. Ammetto di non poter raccontare l'episodio in prima persona perché è accaduto in un giorno festivo, ma ho sentito dei resoconti abbastanza esaurienti da potervi rendere l'idea.


Insomma, un giorno Lupin esce per fumare la sua ennesima sigaretta. Un'infermiera gli apre le porte del reparto e lo guarda scendere con l'ascensore, dopo le solite raccomandazioni. Lui annuisce e promette. Tutto a posto.
Prosegue la routine quotidiana. Le infermiere trottano da un capo all'altro del reparto per accudire i malati. Qualcuno si accorge che Lupin non è nella sua stanza, ma ultimamente non è una novità: quell'uomo è un tabagista talmente accanito che spesso la sua "pausa sigaretta" si moltiplica peggio dei pani e pesci nella parabola del Vangelo.
Passa circa un'ora prima che a qualcuno venga il dubbio. Partono le domande, qualcuno scende al piano terra a controllare, ci vuole poco per assimilare la cruda verità: Lupin è evaso. Chiamate Zazà!


Fortunatamente, se l'inventiva non gli fa difetto, altrettanto non si può dire della pianificazione. L'evasione è stata infatti progettata senza tener conto di un dettaglio fondamentale: che un uomo in pigiama, seduto su una carrozzina, con un braccialetto identificativo al polso, ha poche possibilità di passare inosservato nei pressi di un ospedale.
Per farla breve, Lupin è stato riacciuffato a circa duecento metri dal punto di partenza, mentre spingeva di buona lena la sua sedia a rotelle per uscire dal perimetro dell'ospedale. La nostra versione di Zenigata (un'anima buona che si stava spostando da un padiglione all'altro e che ha avuto la prontezza di riflessi di placcarlo quando ha intuito l'accaduto) lo ha impacchettato e rispedito mogio mogio al mittente, dove è stato amorevolmente accolto dalle nostre infermiere. O almeno, da quelle che si erano già riprese dall'infarto.


Vi lascio immaginare la reazione del medico che gli aveva dato il permesso di usare la carrozzella, quando le infermiere lo hanno aggiornato sul tentativo di evasione. La punizione è stata il carcere duro, ossia il divieto di muoversi dal letto fino alla fine del suo soggiorno. Non posso negare di essermi trovata d'accordo, sia chiaro.
Se non che, poco dopo il cazziatone, mi è capitato di passare davanti alla sua stanza per caso e di sorprenderlo con una gamba già fuori dalle sbarre. Io l'ho guardato, lui mi ha guardato, poi ha sospirato ed è tornato a stendersi. Per ora, dicevano i suoi occhi.


Oh, sarà una lunga degenza.