giovedì 21 giugno 2012

Il Professore

Non mi piace parlare molto di me, fondamentalmente perché sono convinta che a nessuno interessi una mazza, ma se proprio dovessi trovare un modo per definirmi direi di essere una persona dai gusti semplici. Noiosa e monotona, direbbero alcuni, ma sta di fatto che mi basta poco per essere felice. Stare sdraiata in macchina durante una giornata piovosa, con la testa sulle ginocchia della persona che amo, a guardare le nuvole cambiare forma oltre il parabrezza, assomiglia molto alla mia idea di paradiso.
Naturalmente, non tutti la pensano alla mia stessa maniera. C'è molta gente che è piú esigente di me, sia dalla vita in generale che da coloro che la circondano, e non mi sento di biasimarla. E poi, ogni tanto, c'è chi trasforma l'esigenza in supponenza, e questa in diffidenza, e qui cominciano i problemi.


Il Professore, ovviamente, è uno di questi. A pensarci bene, se ho capito come ragiona, la sua dev'essere una vita abbastanza triste: è una persona con un passato da contadino, e con la cultura media delle persone del suo tempo, che vive nella convinzione di essere circondato da idioti. Il che, per inciso, può anche essere vero; ma non toglie che, dopo sei anni di studio matto e disperatissimo, sentirsi dare delle lezioni dal primo che passa può essere abbastanza irritante.


Per esempio, qualche giorno fa ha lamentato problemi ad andare di corpo. Indagando un attimo, sono riuscita a capire che il sistema di smistamento non era proprio del tutto inceppato, semplicemente andava un po' a rilento. Ciò nonostante, la cosa sembrava irritarlo a morte, ed insisteva per farsi fare un clistere.
"Mi dovete fare un clistere! Un cli-ste-re! Sapete, quando prendete quel tubo e lo infilate nel didietro, e poi aprite l'acqua..."
Ora, non ho mai preteso di essere un genio della medicina, anzi, le mie conoscenze sono sicuramente scarse rispetto a tutti i miei colleghi di reparto (che sono anche tutti più grandi di me, per essere onesti). Mi rendo anche conto che, quando compaio davanti ai pazienti alla mattina presto, è facile scambiare le mie occhiaie monumentali e lo sguardo rintronato da deprivazione di sonno con l'occhietto vitreo dello strafatto di crack, e non è un passaporto verso la fiducia degli altri.
Ciò nonostante, a parer mio, il semplice fatto di indossare un camice dovrebbe mandare un messaggio al paziente: e cioè che non sarò un genio, ma non c'è bisogno che mi insegni cos'è un clistere. Almeno quello lo so, grazie.


Quello che lo salva, l'unico aspetto positivo che impedisce di strozzarlo, è il fatto che è una persona abbastanza educata. Perciò, nella maggior parte dei casi, riesce a trasformare la sua supponenza in condiscendenza; che è ugualmente irritante, ma è nascosta dietro quel velo (molto sottile, per la verità) di cortesia che non ti permette di mandarlo a quel paese.
Ne ho avuto un assaggio quando sono andata nella sua stanza, un pomeriggio, per sottoporlo a una serie di test. Sono domande, perlopiù a quiz, che somministriamo a tutti i pazienti di una certa età per valutare quanto siano in pericolo di vita e quanto siano in grado di provvedere a tutte le loro faccende quotidiane. Solo che questo non sono riuscita a spiegarglielo.
Con me è stato molto gentile, al contrario che con gli altri dottori, forse perché essendo giovane gli faccio simpatia. Ha risposto a tutte le mie domande, ha eseguito tutti gli esercizi che gli ho chiesto di eseguire e non si è mai lamentato. Ha persino inframmezzato le pause tra un test e l'altro con una serie di aneddoti interessanti, tipo "come si prepara il sapone fatto in casa".
Ma per tutto il tempo, ogni volta che mi interrompevo un attimo per segnare un punteggio o ragionare su una risposta, mi faceva un sorrisetto dei suoi e buttava lì un "Spero che questo le serva per i suoi studi!". E io a rispiegargli, pazientemente, che quei test servivano più a lui che a me, e lui a scuotere la testa sorridendo, come se condividessimo un adorabile segreto. Odio.


La prova definitiva del suo gentile carattere, fortunatamente, non l'ho avuta io. Un giorno è arrivato in reparto uno psichiatra, per una consulenza su un'altra paziente (vi ricordate la Squaw?), e già che c'era gli abbiamo chiesto di dare un'occhiata anche al Professore. Sfortunatamente, era l'ora di pranzo, e lui era seduto sul letto con tutti i suoi vassoietti ordinatamente disposti davanti a sé.
La specializzanda (io ero solo appesa allo stipite della porta, a sbirciare) non ha fatto neanche in tempo a presentargli lo psichiatra, che lui ha reagito subito con sprezzo: "Andatevene."
Lo psichiatra ha tentato di augurargli il buongiorno, ma non ha fatto altro che peggiorare la situazione. "Andatevene, ho detto. Io ora sto mangiando e voi ve ne dovete andare. Tornate più tardi."
Mogi mogi, i due dottori hanno fatto per uscire, ma il Professore non ha resistito a dare la stoccatina finale.
"Tanto," ha sbottato "per il mestiere che fate, potete anche tornare in un altro momento."


Che personcina adorabile.

martedì 5 giugno 2012

La Squaw

Prima di iniziare questo nuovo fantamirabolante post, vorrei festeggiare con voi il primo mese del blog, che in realtà è caduto due settimane fa ma non me ne sono accorta fino ad oggi. Del resto, mio il blog, mie le festività. Evviva!

In queste sei settimane scarse, vi ho descritto, con ironia talvolta impietosa, una notevole accozzaglia di soggetti più o meno bizzarri con cui mi sono trovata a che fare. Scherzi a parte, però, non mi era mai successo di dovermi confrontare con un vero malato di mente: dementi, iracondi, con qualche venerdì in meno, di quelli ne ho incontrati a iosa, ma un "pazzo" nel senso psichiatrico del termine non mi era mai capitato.
Però, visto che Dio vede e provvede, ultimamente ho avuto modo di aggiungere anche questa esperienza al mio bagaglio.


Non so se ci avete fatto caso, ma nelle pagine precedenti ho sempre evitato di addentrarmi troppo in profondità nel descrivere le condizioni cliniche dei miei pazienti. Questo per diverse ragioni: legali, di etica professionale, e soprattutto di rispetto. Ma anche se per una volta decidessi di abiurare a questo mio principio, sinceramente non saprei dirvi con precisione di che disturbo soffra la Squaw: le mie conoscenze di psichiatria sono quel che sono, mi spiace, quindi abbiate pazienza ed accontentatevi della descrizione.


Il mio primo contatto con la Squaw è avvenuto una mattina presto, mentre stavo controllando i resoconti delle infermiere del turno di notte. Capita spesso che i pazienti mediamente autosufficienti, che come tutti gli anziani si svegliano di buon'ora, si accampino provvisoriamente davanti alla televisione del salottino del reparto, quindi col tempo ho imparato a ignorare i rumori di fondo del primo mattino e a concentrarmi sul mio lavoro.
Quella mattina ricordo di aver registrato vagamente i rumori che mi giungevano dal corridoio, e di aver concluso che probabilmente in tv doveva esserci un cartone animato di Scooby-Doo. O quello, o un'opera lirica eseguita dal peggior cane della storia. Ma, come vi ho detto, non ci ho fatto particolarmente caso, sino a quando ho visto la signora delle pulizie entrare sghignazzando nella sala infermieri e lasciarsi cadere su una seggiola, stanca morta per le risate. Solo allora, con la prontezza per cui sono famosa, ho realizzato che forse qualcosa non andava.




Dal corridoio proveniva un "OoooooooooOOOOOOoooo-oooo", uguale spiccicato al verso che fanno i fantasmi nei vecchi cartoni animati (quell'ululato un po' stridulo, avete presente?). Mancava solo il clangore delle catene e mi sarei spaventata di brutto. La situazione non è migliorata quando, con un po' di timore, mi sono avventurata fino alla fonte del suono ed ho visto una signora, nel suo lettino, che agitava le braccia a tempo con gli ululati, come un direttore d'orchestra.


Siccome non sembrava che fosse in pericolo immediato, passato il primo stupore ho deciso di ignorarla e mi sono rimessa al lavoro. Sarà passata un'ora, più o meno, stavo facendo il giro visite con la specializzanda, quando un altro rumore mi ha distratta.
Questa volta era un goglottio (sono andata a cercare la parola giusta a beneficio vostro, ché non si dica che questo blog non fa educazione), ossia - per farla breve - il verso del tacchino. Ora, lo so che la mia esperienza precedente avrebbe dovuto facilitarmi nel fare due più due, ma provate a mettervi nei miei panni e ditemi se, nel bel mezzo di una corsia d'ospedale, non rimarreste abbastanza spaesati nel sentire un "Gluglugluglugluglu" che riecheggia alle nove del mattino. In breve, ci ho messo un po' a collegare questo suono all'episodio di prima, ma alla fine ho concluso che la Squaw doveva essere scesa sul piede di guerra e che, finché non dissotterrava il Tomahawk, non erano fatti miei.


Il che dimostra, una volta di più, che l'apparenza inganna. Perché quando, alla fine del giro, sono tornata indietro e sono finalmente passata davanti alla stanza della Squaw, ho appreso con orrore che quei versi che emetteva non erano un virtuosismo dettato da una fantasia momentanea.
Era la sua voce. La sua voce normale, intendo.


A questo punto, vi aspetterete che descriva il meraviglioso gesto di pietà che ho avuto nei confronti di questa povera anima tormentata. Sì, se la comprensione mi fosse giunta qualche ora prima avrei anche potuto andare a consolare la povera Squaw.
Se non che, vedete, nel nostro reparto il giro visite comincia più o meno alle nove e termina poco dopo mezzogiorno. Quel giorno in particolare avevamo avuto un'altra signora che si era sentita male ed aveva monopolizzato le nostre attenzioni per un po', quindi il giro era finito verso l'una.
Ed era dalle nove che la Squaw goglottava ininterrottamente.


Tacciatemi di negligenza e cinismo becero, ma considero già un grande gesto di pietà l'essermi trattenuta dallo strozzarla con le mie mani.

venerdì 1 giugno 2012

'O terremoto

Mentre tutta Italia piange i morti dei recenti terremoti, che non avevano altra colpa che quella di essere molto sfortunati, voglio cercare di sdrammatizzare raccontandovi in poche righe le reazioni dei miei vecchietti alle recenti bizze del nostro pianeta. Sia chiaro che non intendo assolutamente paragonare le mie (dis)avventure quotidiane alla gravità di un evento così luttuoso e devastante: tutto quello che scriverò d'ora in poi, come sempre, va inteso solo e soltanto con ironia.


Premetto immediatamente, per tranquillizzarvi, che la zona dove vivo e lavoro non è, fortunatamente, una di quelle flagellate dal terremoto. Ciò nonostante, visto che non ci facciamo mancare niente, negli ultimi mesi anche dalle mie parti abbiamo ballato con una certa vivacità, anche se penso che i danni più gravi non abbiano oltrepassato la morte violenta della zuppiera di cristallo della nonna.
Nondimeno, 'o terremoto è sempre 'o terremoto.


Visto che le disgrazie non vengono mai da sole, il caso ha voluto che questi ultimi terremoti capitassero in un periodo abbastanza delicato nella vita del reparto in cui lavoro. Ora, non so bene come esprimere questo concetto con il tatto necessario, perciò vi fornirò una metafora poco elegante ma molto esplicativa: nell'ultimo paio di settimane, con la dimissione dei pazienti guariti ed il ricovero dei nuovi malati, il reparto aveva finito per assomigliare molto poco a un ospedale e molto di più alla gabbia delle scimmie dello zoo.
Non avete capito? Ok, ve la metto in un altro modo: ci sono mesi in cui il reparto fila come un orologio, tutti vanno d'accordo e i pazienti sono docili come agnellini. Ce ne sono altri, invece, in cui sembra che tutti i pazzi scatenati della provincia si siano dati appuntamento per farsi ricoverare da noi. Ecco, questo periodo è uno di questi ultimi.


Comunque, dicevamo, 'o terremoto. Il mio primo pensiero, quando ho visto il carrello delle cartelle cliniche che camminava per i fatti suoi, non ha riguardato, lo ammetto con un po' di vergogna, i miei poveri vecchietti. Ho invece fissato con un certo orrore fuori dalla finestra della sala medici, in giardino, dove il bombolone dell'azoto liquido da 4000 litri oscillava beato tra i raggi del sole. Ho pensato a quanto sarebbe stato ignobile farmi ritrovare dai soccorsi come una specie di gigantesca stalagmite, e dire che quella mattina non mi ero neanche pettinata bene. Poi la terra ha rallentato, il bombolone si è fermato e il mio cuore è ripartito.


Subito dopo, ovviamente, i pazienti. Per qualche secondo abbiamo sperato che non se ne fossero accorti... speranza vana, direte voi, ma solo perché non li conoscete: in quel momento, non sembrava un'idea così campata in aria.
Molto gentilmente, a scoppiare la nostra pavida illusione ci ha pensato subito la Squaw (di cui ho parlato qui), che ha cacciato un urlo come se la stessero scotennando. Il che, a ben pensarci, è in linea col suo soprannome.


Come se stessero aspettando il colpo dello starter, tutti gli altri vecchietti sono impazziti. Una, da che era seduta sulla carrozzella, s'è fatta prendere dalla foga di tornare a letto (non chiedetemi per quale motivo), dimenticandosi però di avere il sacchetto del catetere assicurato alla ruota. L'abbiamo ritrovata ululante qualche secondo dopo, come la più bizzarra impiccata al contrario della storia. No, non è stato un bello spettacolo.
Un'altra ha cominciato a snocciolare un rosario così forte che ho avuto paura che le perline prendessero fuoco per l'attrito.
Nel reparto c'era un delizioso odore di campo coltivato (a buon intenditor...). Una delle signore che stavano guardando la televisione nel soggiorno, che già mi aveva dato l'idea di esserci poco con la testa, ha cominciato a dondolare sulla sedia a rotelle peggio di Rain Man quando non vuole salire sull'aereo con Tom Cruise. Mi sono dovuta lanciare a pelle d'orso per bloccarle entrambe le ruote, prima che facesse un giro della morte nel senso letterale della parola.
Nel frattempo, Lupin (ve lo ricordate?) gironzolava bello allegro per il reparto, andando a mettere scompiglio nelle stanze delle poche signore che non avevano ancora ben capito l'accaduto. Se non me lo dimettono entro breve, giuro che quel tizio prima o poi fa una brutta fine.


Insomma, piano piano, la crisi è passata. Abbiamo rimesso a posto i pazienti evasi dai letti, abbiamo calmato gli ansiosi, dato da bere agli assetati e via discorrendo. Poi, prima di ricominciare il giro, mi è preso lo scrupolo di fare una piccola ricognizione per vedere che non ci fosse sfuggito qualcosa... che so, qualcuno che si era buttato dalla finestra, o che aveva approfittato della confusione per impiccarsi alle sbarre del letto. Per dire.
Ad un certo punto, sono capitata davanti alla stanza del Professore (che potete trovare qua). Stava lì seduto sul letto, dritto come un fuso, a fare le parole crociate. In un impeto di buon cuore, mi sono affacciata dallo stipite della porta per sincerarmi che non fosse spaventato.


"Professore!" l'ho apostrofato. "Ha sentito che c'è stato il terremoto?"
Quello ha alzato lentamente la testa e mi ha guardato.
"Chemmefrega a me del terremoto. Tanto io devo morire."
Tiè. La prossima volta imparo a farmi i fatti miei.

martedì 29 maggio 2012

Lupin

La vita in ospedale, come vi ho già accennato, è una vita di compromessi. Tra medico e paziente, tra medico e infermiere, tra pazienti e infermieri, e via discorrendo. Tu vuoi che ti tolga il catetere, io ti dico di no ma in cambio ti concedo di cominciare a sgambettare in giro con la supervisione del fisioterapista. Tu hai un diabete allucinante e vorresti vivere solo di biscotti, io te ne concedo qualcheduno se ti fai cambiare la medicazione senza far storie. Compromessi, appunto.
Nella maggior parte dei casi, questo metodo funziona abbastanza bene. Ovvio, il paziente tende a chiedere sempre di più e il medico talvolta pecca di eccessiva prudenza, ma alla fine si riesce spesso a trovare una qualche sorta di equilibrio dinamico, che soddisfa in maniera sufficiente tutti quanti.
Quando il compromesso fallisce, però, è un dramma.


Prendete Lupin. Lupin è stato ricoverato per fratture multiple, ed ha passato un periodo di tempo considerevole bloccato a letto come uno stoccafisso. Naturale che, nel momento in cui ha cominciato a sentirsi meglio, la sua prima richiesta sia stata quella di potersi alzare. (Richiesta, a latere, che ha fatto seguito a diversi tentativi di evadere dalle sbarre del letto alle tre del mattino, causando scompensi notevoli alle povere infermiere del turno di notte.)
Nel suo stato di salute, però, andare a fare la maratona di New York era abbastanza sconsigliabile, per cui, dopo lunghi tira e molla, siamo arrivati (giustappunto) ad un compromesso: il dottore gli ha permesso di farsi mettere sulla sedia a rotelle, in modo che potesse girellare per il reparto senza correre il rischio di cadere e fracassarsi come una statuetta di porcellana.


Per un po' è andata bene così. Poi, quando la novità della carrozzella gli è venuta a noia, Lupin ha deciso di movimentare un po' la situazione. La richiesta più pressante, negli ultimi tempi, riguardava la possibilità di poter fumare; attività che, in un reparto di ospedale, viene sempre guardata con una certa repulsione.
Il primo ostacolo è stato quello di procurarsi le sigarette. Con grande abilità, bisogna dirlo, Lupin ha fatto tanto da riuscire ad impietosire uno dei parenti del suo vicino di stanza, che di nascosto dai medici e dalle infermiere ha contrabbandato un pacchetto di Marlboro tra le maglie dei severissimi controlli della caposala. E passi.
Quindi, è venuto il momento di farsi dare il permesso di uscire. Forte del successo precedente, Lupin ha cominciato a mendicare aiuto dai pochi pazienti deambulanti per farsi aprire le porte del reparto, cosa che gli riusciva abbastanza difficile dalla sua sedia a rotelle (si tratta di porte tagliafuoco, giusto per contestualizzare). Stavolta gli è andata male, perché i medici l'hanno beccato sul nascere ed hanno proibito tassativamente a chiunque di aiutarlo nella sua impresa, ma lui non si è dato per vinto. Dai e dai e dai, tra suppliche, preghiere e giuramenti di comportarsi bene, è riuscito a strappare il permesso ad uno dei nostri dottori, guadagnando così l'agognato ascensore che lo portava al piano terra del padiglione.


Pareva finita lì. Se non che, come spesso accade quando ci si calano troppo le braghe, è successo il patatrac. Ammetto di non poter raccontare l'episodio in prima persona perché è accaduto in un giorno festivo, ma ho sentito dei resoconti abbastanza esaurienti da potervi rendere l'idea.


Insomma, un giorno Lupin esce per fumare la sua ennesima sigaretta. Un'infermiera gli apre le porte del reparto e lo guarda scendere con l'ascensore, dopo le solite raccomandazioni. Lui annuisce e promette. Tutto a posto.
Prosegue la routine quotidiana. Le infermiere trottano da un capo all'altro del reparto per accudire i malati. Qualcuno si accorge che Lupin non è nella sua stanza, ma ultimamente non è una novità: quell'uomo è un tabagista talmente accanito che spesso la sua "pausa sigaretta" si moltiplica peggio dei pani e pesci nella parabola del Vangelo.
Passa circa un'ora prima che a qualcuno venga il dubbio. Partono le domande, qualcuno scende al piano terra a controllare, ci vuole poco per assimilare la cruda verità: Lupin è evaso. Chiamate Zazà!


Fortunatamente, se l'inventiva non gli fa difetto, altrettanto non si può dire della pianificazione. L'evasione è stata infatti progettata senza tener conto di un dettaglio fondamentale: che un uomo in pigiama, seduto su una carrozzina, con un braccialetto identificativo al polso, ha poche possibilità di passare inosservato nei pressi di un ospedale.
Per farla breve, Lupin è stato riacciuffato a circa duecento metri dal punto di partenza, mentre spingeva di buona lena la sua sedia a rotelle per uscire dal perimetro dell'ospedale. La nostra versione di Zenigata (un'anima buona che si stava spostando da un padiglione all'altro e che ha avuto la prontezza di riflessi di placcarlo quando ha intuito l'accaduto) lo ha impacchettato e rispedito mogio mogio al mittente, dove è stato amorevolmente accolto dalle nostre infermiere. O almeno, da quelle che si erano già riprese dall'infarto.


Vi lascio immaginare la reazione del medico che gli aveva dato il permesso di usare la carrozzella, quando le infermiere lo hanno aggiornato sul tentativo di evasione. La punizione è stata il carcere duro, ossia il divieto di muoversi dal letto fino alla fine del suo soggiorno. Non posso negare di essermi trovata d'accordo, sia chiaro.
Se non che, poco dopo il cazziatone, mi è capitato di passare davanti alla sua stanza per caso e di sorprenderlo con una gamba già fuori dalle sbarre. Io l'ho guardato, lui mi ha guardato, poi ha sospirato ed è tornato a stendersi. Per ora, dicevano i suoi occhi.


Oh, sarà una lunga degenza.

mercoledì 23 maggio 2012

La Monella

È sempre piacevole vedere un paziente andarsene sulle sue gambe. Ovvio, i medici non hanno la bacchetta magica, ma assistere alla guarigione di qualcuno è un'ottima iniezione di autostima, anche se il tuo contributo si è limitato a prendere la pressione tutti i giorni ed annuire con aria saputa ai commenti dei veri medici.
Se poi il paziente in questione ti è arrivato con un piede nella fossa e l'altro su una saponetta, e se ne va in piedi e con il sorriso sulle labbra, allora ti senti come se non avessi altro da chiedere al mondo.


Oggi abbiamo avuto una dimissione di questo tipo, quindi direi che la giornata è stata veramente ottima. Sono così di buon umore che ve la voglio raccontare, anche perché sono sicura che questa signora mi mancherà molto. A favore del pubblico, la chiamerò la Monella.


La Monella è stata una bella tribolazione. Il soprannome che le ho dato (niente a che fare con i film di Tinto Brass, si tratta di una rispettabile vecchietta - giusto per chiarire!) già dovrebbe farvi capire il tipo di persona, ma per descrivervela meglio mi limiterò a dirvi che è una persona abituata a fare le cose a modo suo. Non che fosse arrogante o antipatica, niente di tutto ciò: nella prima settimana che è stata da noi mi ha ingozzato di canestrelli fino a farmi venire il diabete, ma non mi sono certo lamentata (poi il figlio ha smesso di portarglieli, con mio grande scorno). Semplicemente, ha quell'aria da furbetta che, mista a lusinghe e a gentilezze, ti obbliga a comportarti esattamente come vuole lei.
Per esempio, dopo la prima settimana di degenza (in cui aveva addosso tanti di quei tubi che sembrava un albero di Natale) ha cominciato a sentirsi meglio e a fare delle richieste, tra cui quella che le venisse tolto il catetere. Non so più quante volte mi sono seduta sul letto e le ho spiegato che, nelle sue condizioni, il catetere era una mano santa: lei annuiva e sorrideva, mi faceva una carezza, dopodiché aspettava che entrasse una delle colleghe e ricominciava con la solfa.


"Dottoress-ssa!" cominciava a cantilenare, come una filastrocca, con un sorriso allegro. "Quand'è che me lo togliete il catetere?"
Qualunque fosse la risposta (di solito una versione edulcorata di "Non adesso"), lei non smetteva di sorridere e scrollava la testa. "Ma io ci vado in bagno da sola, sa? Faccio tanta pipì!"
Se vedeva che non attaccava, dopo un po' metteva il broncio. "Guardi che un giorno o l'altro me lo tolgo da sola!"
A quel punto, non restava che stare al gioco. "Guardi che lo dico a suo figlio!"
"Mio figlio può andare a quel paese, come l'ho fatto vedrà che lo disfo! E poi, col catetere non riesco a camminare."
"Ma se l'ho vista camminare un minuto fa!"
"Ma mi sta scomodo, mi si impiccia da tutte le parti. Poi gli altri uomini mi vedono col tubo che esce e mi vergogno!"
"Ma che le importa degli altri uomini, alla sua età?"
"Alla mia età sono ancora in grado di metterli a posto, gli uomini!"


Altre volte, la prendeva la foga di andare a casa. Posso anche capirla, si sarà sentita così bene rispetto alle ultime settimane che le sembrava di essere rinata, ma la prudenza consigliava di tenerla in osservazione un altro po'. Peccato che...
"Dottoress-ssa! Quand'è che mi mandate a casa?"
Vi risparmio la solfa della spiegazione, tanto la risposta era sempre la stessa. "Ma io a casa ho la mia cagnolina che mi aspetta! Poi se non ci sono si sente sola e piange!"
"La cagnolina è con suo figlio, non si deve preoccupare..."
"E poi tra poco c'è il battesimo di mia nipote! Dovete mettermi in piedi, se no come faccio ad andarci?"
"Manca più di un mese al battesimo, vedrà che ce la fa..."
"E poi mio figlio ha detto che mi vuole mandare in una casa per fare la riabilitazione. Giuro che se ci prova mi butto giù dalla finestra! Anzi, butto lui giù dalla finestra!"


Un giorno siamo perfino riusciti ad ottenere un permesso straordinario dal primario per portare la cagnolina a salutare la Monella. Avreste dovuto vederla! Lacrime, baci, il cane che si impiccava col guinzaglio dalla gioia... Peccato che la caposala si è impuntata e l'ha fatta sloggiare dopo pochissimo. Da quel giorno, tutte le volte che la incontrava nel corridoio la Monella si esibiva in un repertorio di linguacce e gestacci da asilo nido, ma non si poteva sgridarla: gonfiava le guance, incrociava gli occhi e tirava fuori la lingua, e sinceramente avevo già il mio daffare a morsicarmi le guance per non scoppiarle a ridere in faccia.


Finalmente, oggi è tornata a casa sulle sue gambe, solo con l'aiuto del bastone. Quando l'ho incontrata nel corridoio per farle le congratulazioni, è scoppiata a piangere ed ha insistito per abbracciare e baciare tutti i dottori e le infermiere del reparto (tranne la caposala, ovviamente). Ha giurato che si sarebbe tenuta in contatto con il centro di riabilitazione, ma aveva in faccia la stessa espressione di un bambino che giura di non toccare più il vaso della Nutella... Beh, comunque le auguro di vivere fino a cent'anni senza tornare mai più in ospedale. Una come lei se lo merita.

martedì 15 maggio 2012

Lo Smilzo

Puoi essere il medico più bravo del mondo, ma non conoscerai mai il tuo reparto bene come gli infermieri.
Non è un demerito, è una pura questione di metodo. Il medico, solitamente, rimane in reparto quel tanto che basta per svolgere il suo compito: visitare i pazienti, parlare con i parenti, sbrigare tutte le faccende burocratiche (il che ti porta via almeno lo stesso tempo che fare tutto il resto, se non di più). Dopodiché, una volta finite le sue mansioni, di solito il medico se ne va, perché è abbastanza inutile che rimanga lì a fissarsi l'ombelico. Fermo restando, ovviamente, che per ogni evenienza rimane sempre il medico di guardia.
Gli infermieri, invece, hanno una routine diversa. Siccome il reparto non può andare avanti senza di loro, ma al contempo nessuno è singolarmente indispensabile, hanno adottato la soluzione migliore: fanno i turni. Perciò, può capitare di entrare in una corsia e trovarla priva di medici, ma non vi capiterà mai di dover cercare gli infermieri.


Tutto questo per dire: futuri medici, quando vi troverete in reparto, fidatevi sempre degli infermieri.


Io questa finezza non la conoscevo. Voglio dire, non è che non mi fidassi degli infermieri, ma quando le loro osservazioni collidevano apertamente con le mie tendevo a fidarmi di me stessa e buonanotte.
Per esempio, c'era questo paziente, lo Smilzo. Le infermiere lo descrivevano come un vero demonio, una bestia scatenata in grado di far inacidire il latte e provocare aborti con la sola potenza dello sguardo. Io, ecco, avevo qualche dubbio. Tutte le volte che entravo nella sua stanza, timida e niubba con lo sfigmomanometro in mano, trovavo questo vecchietto mezzo assopito sul letto, con le briciole della colazione in grembo, che mi faceva sempre un sorriso mentre io lo tormentavo con gli strumenti del mestiere. Perciò, la situazione più semplice mi era sembrata che le infermiere non sapessero come prenderlo, oppure, in alternativa, che io gli fossi particolarmente simpatica.
Sì, brava allocca.


La verità mi è apparsa d'un lampo in una fredda mattina di un paio di settimane fa. Sono arrivata alla solita ora, molto presto, e come al solito ho cominciato il mio giretto preliminare per farmi un'idea della situazione e per prendere le prime pressioni. Ero così intenta nel mio compito (o forse così addormentata... ecco, così suona meglio) da non accorgermi di un particolare piccolo ma fondamentale, un qualcosa che non era al solito posto, uno di quegli enigmi della serie "Trova le 20 differenze".
Nel corridoio non c'era il carrello delle colazioni, vuoto, in attesa di recuperare i vassoi dei pazienti.


In due parole, da noi tutti i pasti sono affidati ad un'azienza esterna, che ogni giorno gira col suo camioncino e scarica questi bei vassoi fumanti davanti ad ogni reparto. Se non che, quella mattina, al camioncino si è bucata una ruota, o è caduto in un fosso, o quello che è, sta di fatto che non è arrivato.
Io avevo fatto colazione da poco, ero in piedi da circa un'ora e sveglia più o meno da dieci minuti, perciò non ci ho fatto granché caso. Ma qualcun altro sì. Oh, se ci ha fatto caso.


"Ho fame."
Mi sono interrotta mentre misuravo la pressione dello Smilzo, perplessa. La sua espressione aveva un cipiglio che non avevo mai visto, e non mi aveva salutato quando ero entrata in stanza. Ma avevo lo stetoscopio nelle orecchie, e non avevo sentito bene.
"Come, scusi?"
Si è girato a guardarmi, con aria truce. "Ho fame!", ha ripetuto.
Io ho scrollato le spalle in segno di scusa. "Non le hanno ancora portato da mangiare? Beh, arriveranno presto, sono sicura."
Certa di essermela cavata a buon mercato, ho posato di nuovo la mano sul braccio dello Smilzo. Che per poco non me la stacca con un morso.
"HO FA-ME!! PORCA MISERIA! DATEMI DA MANGIARE! MANNAGGIA!!"


...no, non ha detto "porca miseria". E neanche "mannaggia", in realtà. Ma questo è un blog rispettabile, quindi mi permetto di censurare le espressioni che potrebbero nuocere ad un pubblico troppo sensibile. In fondo, anche questo è occuparsi della vostra salute!


Comunque, per farla breve, ci sono volute tre infermiere, un medico nerboruto e un visitatore che passava di lì per ricondurre lo Smilzo alla ragione. Ah, e la colazione, ovvio.
Per far riprendere me dallo spavento, invece, c'è voluto un tè, mezz'ora di coccole ed un numero imprecisato di sigarette. Oltre alla promessa, da parte di tutto il personale sanitario, di non farmi mai più entrare da sola nella stanza di quel cannibale.


Morale, a futura memoria di medici, studenti, pazienti e parenti: fidatevi sempre degli infermieri. Sempre. Hanno visto cose che noi umani non possiamo neanche immaginare.

sabato 12 maggio 2012

I miei matti

Questo post apre una parentesi sulla mia esperienza elettorale. Che c'entra?, direte voi. C'entra, ed ora vi spiego perché.

Da quattro anni sono registrata nelle liste dei presidenti di seggio elettorale. Potrei darvi motivazioni molto nobili per questa scelta, ma la realtà è che cerco semplicemente di tirare su qualche soldo in più per non arrivare impiccata al momento dei regali di Natale. Sembra una scelta stupida, ma vi assicuro che con il ritmo elettorale che abbiamo qui in Italia (una volta le politiche, poi le amministrative, il Parlamento Europeo, i referendum...) non sono mai rimasta un anno a casa.
Comunque, sfiga vuole che mi abbiano assegnata, ormai permanentemente, ad un seggio speciale, il che ha pro e contro: da un lato c'è il vantaggio indiscutibile che lavoro solo per una mattina e un pomeriggio, invece di smazzarmi tutta la durata delle elezioni e degli scrutini come i miei colleghi; dall'altro, c'è che in confronto a uno scrutatore di un seggio normale (per non parlare dei presidenti) mi pagano una miseria. Ma vabbè.


La cosa divertente, almeno dal punto di vista di questo blog, è che il seggio a cui sono assegnata ormai da quattro anni si occupa di far votare i pazienti di una casa di riposo, il che dimostra che non si può sfuggire al karma. Questa residenza ospita fondamentalmente due categorie di persone: anziani che non sono più autosufficienti, per problemi fisici o (più frequentemente) mentali, e pazienti anche più giovani che però sono affetti da importante ritardo mentale fin dalla giovane età. Io li chiamo, amorevolmente, "i miei matti". E qui cominciano i miei guai.


Ora, chiariamo subito un punto fondamentale: il diritto al voto è sacrosanto ed appartiene a tutti i cittadini italiani, indipendentemente dalle loro condizioni sociali o di salute. Quindi, non è di questo che mi sto lamentando. (Oltretutto sono pure pagata, quindi, a rigor di logica, non dovrei lamentarmi affatto.) Le mie perplessità vertono soltanto sull'utilità di andare a raccogliere il voto di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno la minima idea di cosa, come e perché stanno votando.


Esagerata, dite? Lasciate che vi faccia un breve resoconto di una qualunque giornata elettorale di questi ultimi quattro anni, e poi decidete.


"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
"Come devo fare per votare?"
Groan. "Deve mettere una X sul nome del candidato o sul simbolo del partito che ha scelto."
"Ma io non so leggere!"


"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
"Come faccio per votare Ciccio Pistacchio?"
"Ehm... veramente, non dovrebbe dirmi per chi vuole votare. Comunque, deve mettere una X sul nome del candidato che ha scelto."
(Sì, lo so che il voto è segreto. Lo so che manifestare apertamente la volontà di voto è un motivo sufficiente per espellere l'elettore dal seggio. Ma sinceramente, ritenete che ci sia una qualche possibilità che possano capire perché li sto espellendo? Andate avanti a leggere, e nel caso fatemi causa.)
"Senta, facciamo che non ho sentito niente. Per favore, metta solo una X sul candidato che vuole votare, senza dirmi chi è."
"Ah. Ma devo scrivere anche Ciccio Pistacchio?"
Aridaje. "Non mi deve dire chi vuole votare. E non deve neanche scrivere il nome, se è già presente come capolista."
"Eh, ma poi come fanno a sapere che volevo votare proprio lui?"


"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
Prende la scheda, si apparta in cabina, scribacchia per un po'. Poi esce dalla cabina, sventolando la scheda. Ovviamente aperta.
"Fermo! Per favore, deve chiudere la scheda, prima di consegnarmela. Torni dentro e la pieghi, la prego."
Ubbidiente, torna dentro. Esce dopo qualche secondo, con la scheda piegata. Al contrario.
"No, non così! Deve piegarla in modo che io non veda i simboli... cioè, i simboli devono stare all'interno della scheda, non all'esterno..."
Mi guarda confuso. Lancio uno sguardo supplichevole al mio scrutatore, che con santa pazienza si alza, prende la scheda e la piega goffamente ad occhi chiusi, per non vedere il voto. Anche questa potete aggiungerla alla mia fedina penale, se volete.



"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
"Cosa si vota, oggi?"
"Si vota per il sindaco. Deve fare una X sul..."
"Il sindaco di dove?"



"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
Prende la scheda ed entra nella cabina. Io finisco di trascrivere il numero della tessera e del documento. Alzo la testa, ma è ancora dentro.
Già che ho tempo, faccio un controllo incrociato tra il numero degli elettori iscritti e quelli che hanno effettivamente votato. Tutto a posto. Lui è ancora dentro.
Mi stiracchio un pochino, conto le schede che ci sono rimaste. Offro una cicca allo scrutatore. Lui è ancora dentro. Comincio a preoccuparmi.
"Tutto bene, lì dentro?"
Silenzio.
"Signore? Si sente bene?"
"Non ci vedo."
"Eh?"
"Non ci vedo!"
"Come, non ci vede?"
"Eh no che non ci vedo, c'ho la cataratta!"


"Buongiorno! Il suo nome, prego?"
"Mmmffghfgg."
"Benissimo. Scrutatore, caro, mi cerchi se nel mucchio delle carte d'identità c'è qualcuno che gli assomiglia?"