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giovedì 28 febbraio 2013

Tecnologia, portami via

***ATTENZIONE: post a medio contenuto di nerditudine***

Devo confessarvi un segreto: nella mia famiglia, siamo tutti un po' malati di tecnologia.

Non fraintendetemi, non siamo quel genere di persone che cambia il cellulare ogni sei mesi in base alle mode del momento, o che butta via palate di soldi in scemenze all'ultimo grido. Anche perché, a onor del vero, se ci comportassimo così ci verrebbe ben presto a mancare la materia prima.

Sta di fatto che la tecnologia ci piace, seppur con moderazione. Suppongo che la ragione principale sia da ricercarsi nell'abitudine: quando sono nata io, uno dei primi giocattoli con cui ho pasticciato è stato il vecchio Spectrum di mio padre (lacrimuccia di commozione... chiedo scusa), mentre mio fratello è nato e cresciuto già nell'epoca del 486. Ricordo ancora il primo cellulare di mio padre, grosso più o meno come un citofono ma non altrettanto funzionale, e i videogiochi con cui sono cresciuta, dal vecchio Arkanoid al terribile Prince of Persia (mai - dico mai - riuscita a superare il terzo livello. Già da piccola non è che fossi furba).

La nostra passione è cresciuta con noi, evolvendosi nel rituale di famiglia di raccogliersi tutti attorno al fortunato possessore di un nuovo oggettino tecnologico e di osservare il suo primo avvio in religioso silenzio. (Mi rendo conto di essere appena stata ingiusta: in realtà, tre quarti di famiglia hanno creato ed onorato questo rituale, in quanto mia madre si è sempre rifiutata anche solo di imparare a programmare il videoregistratore, ed ha vissuto felice sino ad oggi.)

Il mito della mia infanzia!
Avendo ricevuto questo genere di educazione, rimango sempre abbastanza spiazzata dal disinteresse di molti miei coetanei (molti più di adesso, comunque) nei confronti della tecnologia. Non che non riesca a conviverci, sia chiaro: per fare un esempio, la mia dolce metà è tanto interessata al modello del suo cellulare quanto io lo sono alla marca del mio apriscatole, eppure ciò non mi impedisce di amarlo. Non è proprio una situazione alla Romeo e Giulietta, ecco.
Tuttavia, esiste anche un rovescio della medaglia: la mia (seppur minima) esperienza con computer e cellulari (dove per "esperienza" si intende "essere in grado di aprire il vano delle batterie senza chiamare un artificiere") mi ha reso, e mi rende tuttora, il bersaglio di parenti con minore dimestichezza, specie se un po' attempati. Se dovessi elencare tutte le volte in cui sono stata precettata per cambiare la cartuccia alla stampante di mia nonna, o per esaudire le richieste più bislacche da parte di mia suocera, non mi basterebbe un anno.

Ho elaborato una teoria al riguardo, e cioè che la giovane età pare svolgere un effetto estremamente rassicurante sulle persone un po' attempate, almeno per quanto riguarda la modernità. Per alcune persone, "giovane" equivale automaticamente ad "onnipotente", e l'equazione è tanto più forte quanto più la persona è digiuna di tecnologia. Con risultati talvolta esilaranti: per esempio, mia nonna è convinta che il binomio cellulare/numero di telefono sia assolutamente inscindibile, e non ho ancora avuto il coraggio di introdurla al meraviglioso mondo del cambio della SIM.

Signore e signori, mia nonna.
Questa equazione pare conservarsi anche sul posto di lavoro. Oddio, non è che ci siano tutte queste occasioni di interagire con la tecnologia, per la verità... lavoro in ospedale, in fondo, mica al MIT. Tuttavia, i miei vecchietti sembrano avere qualche difficoltà a gestire oggetti più tecnologici di un telecomando, per cui ogni tanto succedono delle situazioni abbastanza divertenti.

La più frequente, come potete immaginare, è l'eterno dilemma del cellulare. Il cellulare non funziona mai. In realtà, mi chiedo persino perché i parenti dei miei vecchietti si ostinino ad appioppargli questi oggetti per loro chiaramente incomprensibili... in fondo, se ci si pensa un attimo, la primaria funzione di un cellulare è di contattare una persona in situazioni d'emergenza, e questo dovrebbe automaticamente escludere i nostri nonnetti, per due ottime ragioni: 1) perché se qualcuno può avere un'emergenza, a rigor di logica, sono loro; 2) perché le infermiere hanno il numero di telefono dei parenti pronto per qualsiasi evenienza, non è che ti lasciano crepare il nonno e lo scopri dopo una settimana; 3) perché il nonno sta lì, nel suo letto, e se vuoi dirgli qualcosa puoi anche alzare le chiappe e venirglielo a dire, invece che stressarlo col cellulare. Oh, mi sono sfogata.

Comunque.

La conversazione tipo è sempre la stessa:
"Signorina, mi può aiutare? Non mi va il cellulare!"
Tentato esame del cellulare, fallito perché la cara signora (di solito è una donna, non so perché) lo sta sventolando come una dannata, forse nel tentativo di smolecolarizzarlo.
"Cara, in che senso non va? Che cos'ha?"
"Non telefona!" Ma dai, pensavo avesse tentato di fuggire sulle sue gambe. "Non ha più la carica."
"Beh, se mi dà il caricabatterie cerco di attaccarglielo alla corrente..."
"Il che?"
"Il carica... il cavo, signora. Il cavo che si attacca alla corrente."
"Ah, ma quello non ce l'ho. Ce l'ho a casa." Tentiamo in wifi? "Ma non è la corrente, è la carica!"
Rapida riorganizzazione delle idee. "Vuol dire il credito? I soldi?"
"Sì, non ci sono più i soldi. E ora come faccio?"
"Ehm... può dirlo a sua figlia, o alla badante, che le facciano una ricarica... se gli dà i soldi..."
"Ah, no, io a quella soldi non gliene do. E se li do a lei?"
"Gliene sarei molto grata, signora, ma non credo che risolverebbe il problema col suo cellulare..."

Crisi 2.0. Sfruttare l'"effetto nonni" è l'unica maniera per sopravvivere, ormai.

domenica 17 febbraio 2013

Scene da una laurea (1)

Dopo lunga riflessione, sono giunta ad una conclusione epocale, che voglio condividere con voi: laurearsi, alla fin fine, è la parte più facile di una laurea. No, non ho preso una botta in testa. Adesso mi spiego.

La laurea in sé e per sé, a pensarci bene, non è poi questo gran dramma. A meno che non abbiate frequentato un'università per corrispondenza, infatti, alla laurea si arriva con le ossa irrobustite da lunghi anni di esami deliranti, safari di caccia al professore, nottate di studio e numerosi ricoveri in pronto soccorso per overdose di caffè. Paragonato a tutto questo, il semplice fatto di dover salire su una pedanina (o comunque si usi da voi) e dover recitare una presentazione di un lavoro - per una volta - fatto da voi ad un pubblico per la maggior parte addormentato è, in fin dei conti, una discreta passeggiata.

Quello che non è affatto una passeggiata, invece, è la preparazione a questo epico momento. Supponendo che siate abbastanza fortunati da non aver bisogno di piantare le tende sul pianerottolo del vostro relatore, per convincerlo finalmente della vostra esistenza, dovrete comunque temprare la vostra volontà di laurearvi nel bacino di una considerevole quantità di ostacoli, che mi sono permessa di dividere arbitrariamente in due categorie.

Il primo gruppo è quello della Burocrazia. Sento spesso i miei amici più vecchi sospirare pensando ai loro tempi, quando tutto quanto veniva fatto a mano su una moltitudine di moduli, ed invidiare la moderna informatizzazione dei servizi pubblici.
Ecco. No.
L'informatizzazione è una gran cosa, non c'è dubbio (ne parlerò presto in un post, tenetevi pronti!), premesso però che ci sia un presupposto di base: che serva a sostituire la vecchia burocrazia cartacea. Nel nostro Paese, invece, l'informatizzazione si è semplicemente aggiunta al cartaceo, con il semplice risultato che tutto deve essere fatto due volte: dal vivo e on line.

Mi spiego meglio con un esempio. Il nostro corso di laurea prevede, come unica tassa obbligatoria per laurearsi, il pagamento di una marca da bollo da 14,62 euro. Questo pagamento può avvenire secondo due modalità: on line, attraverso il sito della vostra banca, oppure mediante bollettino bancario.
Ma, e qui viene il bello, non ha alcuna importanza quale modalità scegliate. Perché, in ogni caso, dopo aver pagato dovrete sempre prendere la ricevuta del vostro bollettino, oppure stampare quella del pagamento on line, e farvi tredici ore di coda agli sportelli dell'università per consegnargliela a mano. Come dire, se me lo dicevate prima vi portavo direttamente la marca da bollo e la finivamo lì.


I chiari vantaggi dell'informatica.
Il secondo gruppo di difficoltà, tuttavia, è molto più temibile e si chiama Famiglia. Sì, perché non importa se i vostri genitori siano analfabeti o direttori del CERN, originari di Bolzano o di Palermo, la laurea del figliolo è sempre un evento da festeggiare. Possibilmente in grande stile. Anzi, più grande. Più grande della laurea c'è solo il matrimonio e la nomina a Presidente degli Stati Uniti, suppongo, non avendo sinora provato nessuna delle due opzioni.

Mia madre incarna alla perfezione questo stereotipo. Per esempio, non appena ha saputo il giorno preciso della mia laurea, mi ha subito coinvolto nel turbine dell'organizzazione del ricevimento post-laurea, riuscendo ad includere nella lista degli invitati non solo tutti i parenti, vicini e lontani, non solo gli amici di famiglia, ma perfino persone che ho conosciuto solo per sentito dire e che non mi hanno mai visto in vita loro. E spacciando tutto per una mia idea, tra l'altro, il che ha già provocato diverse faide in famiglia.
Poi c'è la questione del regalo. Che per mia mamma dev'essere qualcosa di bello, signorile e duraturo. Come un orologio d'oro. Terrorizzata al pensiero di dovermi comprare una cassaforte apposta per un oggetto che non metterò mai in vita mia, ho provato a deviare il suo entusiasmo verso qualcosa di meno impegnativo. Al che, la mia mamma si è accorta del mio disagio ed ha generosamente proposto un oggetto di più largo utilizzo. Tipo un collier.


Se è proprio necessario, allora voglio questa!
Il bello di queste situazioni è che, nonostante sia abbastanza sicura che si tratti dei miei genitori, mi sembra di essere vissuta per quasi trent'anni in una realtà parallela e di essere capitata qui adesso per un puro caso. Perché chiunque mi conosca un minimo sa che le volte in cui sono uscita di casa indossando qualcosa di diverso da jeans e scarpe da ginnastica (eccetto quelle in cui sono stata costretta dalle circostanze, leggasi matrimoni) si possono contare sulle dita di una mano; che ho un'incapacità patologica di parlare di fronte a più di tre persone, quindi sono proprio la persona più adatta a tenere un ricevimento in mio onore; e che, fatta eccezione per due anelli e un orologio che mi ha donato mia cugina per la maggiore età, sono così insofferente nei confronti di qualsiasi tipo di gioiello da pianificare di perderlo di proposito.

Questo era il bello. Il brutto è che ho la vaga certezza che si tratti solo dell'inizio.

lunedì 11 febbraio 2013

Di quel mostro a sette teste chiamato "laurea"

Amatissimi funz,
sono viva. Lo so che non lo sembro, ma lo sono. Comincio anche a puzzare un po' di cadavere, per la verità... non tanto, solo come un vecchio capanno nel bosco con la carogna di una marmotta lasciata a putrefarsi sotto le assi del pavimento. Più o meno.

Cosa mi è successo? Beh, mi è successa la cosa peggiore che si può augurare ad uno studente universitario. Peggio di un esame al venerdì pomeriggio; peggio che essere messi tra la cattedra e il corridoio ad uno scritto; peggio delle tasse universitarie quando vostra madre comincia a sospettare che le abbiate mentito, quando giuravate che medicina dura nove anni ("Davvero, ma', è così per tutti!").
Mi è successo che sto finendo gli esami, e mi devo laureare.

Se posso esprimere un'opinione da principiante, la laurea me l'aspettavo un pochino diversa. Non che pensassi di scrivere la tesi con una stilografica in mezzo ad un campo di papaveri, con un branco di coniglietti che mi portavano i dati tra le loro buffe orecchie ed un gufo saggio che mi sussurrava le parole giuste all'orecchio; niente di tutto questo. Anche perché è marzo, fa un freddo cane e nevica.
Non mi aspettavo neanche la situazione che si è effettivamente verificata, però. Ho avuto più notti insonni, crisi isteriche, pianti e contrattempi in questo mese e mezzo scarso che in tutti i *ehm* sei anni di medicina precedenti. Per dire, in questo momento vorrei solo attaccarmi al tubo del riscaldamento e scollarmi a fine primavera, e invece sono seduta in vestaglia e pantaloni felpati davanti al computer, per raggiungere la scrivania devo scavalcare una pila di faldoni su cui sta in precario equilibrio una teiera ormai gelida, e non ho la più pallida idea di quando sia stata l'ultima volta in cui mi sono depilata.

"Cosa? Hanno cambiato di nuovo le date delle lauree?"
Se devo essere sincera, non è stata neanche tutta tutta tutta colpa mia. Beh, certo il coacervo di idiosincrasie che mi porto dietro non mi ha aiutato, questo no, ma anche gli altri ci hanno messo del loro. Mettete assieme un apparato universitario comatoso (per non dire di peggio), un branco di studenti sull'orlo di una crisi di nervi e una lista di regole severissime che nessuno rispetta, e avrete qualcosa di simile a quello che deve aver visto Paul Tibbets dal finestrino del suo aereo quella mattina del 1945.
Non sto qui a farvi l'elenco delle mie disgrazie, perché non frega niente a nessuno e perché poi il mio psichiatra si ingelosisce. Mi limiterò a farvi l'elenco dei miei disgraziati, ossia dei miei poveri compagni di sventura e delle reazioni di cui sono stata spettatrice in queste ultime sei settimane. Premetto che non do alcuna garanzia sul loro stato mentale, e declino qualunque responsabilità, tanto per chiarire.

Una mia compagna di tesi mi ha telefonato sette volte, all'inizio di gennaio, per avere delucidazioni e rassicurazioni sulla compilazione della domanda di laurea. Sette volte nella stessa giornata, intendo.

Un mio collega ha gentilmente fotografato l'uscita dei fogli con le date delle sessioni di laurea, a beneficio di tutti coloro che non potevano recarsi in segreteria per controllarle. Il giorno dopo, quando per caso sono passata lì davanti a controllare, i fogli erano già stati tutti corretti a penna dalla segretaria. Il caso ha suscitato una vibrante discussione, che non mi sento di riportare perché sono una signorina in età da marito.

Una mia cara amica ha avuto dei problemi con la redazione della tesi, per cui è stata costretta a posticipare la sua laurea. Si è però "dimenticata" di comunicarmelo, con il risultato che per settimane ho sostenuto una conversazione unidirezionale su ciò che avremmo fatto una volta laureate, a fine marzo, mentre lei sorrideva e cambiava discorso. Per la verità, questo solleva dei dubbi anche sulle mie capacità di ascoltatrice. Sigh.

Una ragazza che conosco appena mi ha chiesto il numero di cellulare, dopodiché ha passato due settimane a tartassarmi di sms e telefonate con domande esistenziali del tipo "Ma le date di laurea non sono ancora uscite? Ma non sono uscite per tutti o solo per me?". (No, non ho romanzato nulla, è una conversazione realmente avvenuta.)


Insomma, sono alla frutta. Sogno il venerdì tutta la settimana, salvo poi addormentarmi sul divano con la bavetta mentre Crozza mi parla del suo mondo da shogno. Non ricordo più la voce di alcuni miei amici (la faccia sì, ma solo perché la vedo spesso su Facebook). Ogni volta che il cane abbaia un po' più forte, mi si seccano le coronarie.

E, in tutto questo, lunedì e martedì prossimo ho gli ultimi due esami. Ho calcolato di avere il tempo di studiarne uno solo, perciò pregate fortissimo per me. Anche perché oggi è il primo giorno di studio e sono già le cinque. Per dire.

venerdì 14 dicembre 2012

Apocalypse (s)now

Stanotte ha nevicato.
Beh, grazie tante, mi direte voi, è dicembre. Anche se, in realtà, la zona dove vivo io è nota per avere un clima particolarmente mite, e infatti attira turisti da tutte le regioni limitrofe durante buona parte dell'anno. I ragazzini cresciuti qui, per dire, non hanno mai avuto la possibilità di fare a palle di neve con i loro amichetti, a meno che i genitori non li portassero a sciare. Ma sto divagando.

Dicevo, stanotte ha nevicato. Siccome ho la fortuna di vivere a due passi dall'ospedale, stamattina mi sono fatta cogliere da uno scrupolo di coscienza pensando ai miei colleghi che vivono lontani, e ho pensato di sfidare la bufera per andare in reparto a dare una mano.
Questo è stato il mio primo errore.

Ora, in qualunque posto civile, la vertiginosa quota di 10 centimetri di neve non basta a paralizzare la città (a meno che non cadano, non so, a Tunisi, o nel deserto del Nevada). Come vi ho detto, non sono un'esperta in materia, ma immagino che dopo la nevicata passino gli spazzaneve, gli spargisale, anche solo un omino con una pala, che cerchi di ripristinare una circolazione pressoché normale quantomeno per i servizi essenziali, come l'ospedale.
Qui da me non funziona così. Il nostro sindaco, di chiare origini spartane, crede fermamente nella necessità di temprare i suoi concittadini contro le avversità del destino, forse per prepararci all'imminente catastrofe annunciata dai Maya. Noi tutti gli siamo enormemente grati, e lo esprimiamo fustigandoci sulla pubblica piazza ad ogni elezione.

Arrivare da casa mia all'ospedale è davvero molto semplice: bisogna fare una rampa di scale, poi un lungo rettilineo, e infine una piccola salita fino al mio padiglione. Normalmente, è un percorso che non richiede più di 5 minuti, 10 compresa la sosta al bar per il cappuccino.
Stamattina, invece, mi sembrava di essere finita sul set di 2012. Per raggiungere l'ospedale ho dovuto scalare una cascata di ghiaccio che nulla aveva da invidiare all'iceberg che ha fritto il Titanic; poi, giunta in cima, ho dovuto guadare un Mekong di fango appiccicaticcio e gelato; infine, per gli ultimi metri, non ho avuto altra scelta che trascinarmi mestamente in mezzo alla neve fresca fino alla porta del reparto. Il tutto con le Converse.

Le scale sopra casa mia.
Quello che non sapevo, ovviamente, è che i miei guai erano appena iniziati. Infatti, come avevo già appurato in occasioni precedenti (vi ricordate 'o terremoto?), le avversità naturali sembrano avere un modo tutto loro di mettere i miei nonnetti particolarmente di buonumore. E stamattina non ha fatto eccezione.

Immaginate la scena. Ad un angolo del ring abbiamo l'Attrice, una bella signora dai lunghi capelli color ferro, con un passato in teatro, delle unghie da velociraptor e la nostalgia del marito (che per comodità chiameremo Luigi). All'angolo opposto, invece, abbiamo la Strega, una vecchietta piccola ma coriacea, con i capelli biondi e l'occhietto vitreo da Jack lo Squartatore. A separarle, solo la sottile paratia che divide le due camere adiacenti.

Voglio pensare che, a modo loro, abbiano solo cercato di renderci più piacevole la giornata. Non si spiega, altrimenti, il duetto di urla belluine che hanno messo in piedi alle otto del mattino e che è continuato almeno fino alle due, quando ho faticosamente guadagnato l'uscita del padiglione. Un coro di "Luigi!", "Aiuto!", "Soffoco!", "Basta!", che si chetava solo quando qualcuno di noi, più per esasperazione che per pietà, entrava nella loro stanza a consolarle, e che riprendeva immediatamente appena ricominciavamo il giro visite. Senza contare i parenti degli altri pazienti, che facevano capolino dalle rispettive stanze con lo sguardo del giudice Morton quando apre il bidone della salamoia.

Cucù!
Insomma, in una maniera o nell'altra siamo riusciti ad arrivare alla fine del giro. Ho atteso il tempo necessario per sollevare un minimo di lavoro dalle spalle dei miei colleghi, poi mi sono lanciata fuori dal reparto con la leggiadria di un leprotto invernale, desiderosa solo di mettere più chilometri possibili tra me e il concerto di Capodanno che non accennava a calmarsi. Col risultato che mi ci è voluto qualche tempo per assimilare quello che mi sono trovata davanti.

Il piazzale davanti all'ospedale era un'immensa, unica, brillante lastra di ghiaccio.

Ho fatto il resto della strada con uno stile che farebbe invidia a Carolina Kostner. Del resto, come giustamente mi hanno fatto notare, quale posto migliore per spezzarsi un femore che l'ospedale?

venerdì 19 ottobre 2012

Nonni vs. Bimbi

La mia decisione di occuparmi dei nonnetti, devo dire la verità, ha causato molto scompiglio nella mia vita. Non dipendente da me, ma dai miei amici e parenti.
Sembra infatti che quasi nessuno riesca a capire la mia scelta. Siccome ho degli amici meravigliosi, la maggior parte di loro si è fatta gli affari propri ed ha tenuto per sé quello che puó aver pensato della mia decisione (ammesso che ne abbiano pensato qualcosa), ma, ció nonostante, la quantità di amici e parenti che ha manifestato le sue perplessità è stata decisamente alta.


Le critiche sono state le piú varie. Sono passata dall'amico che mi ha rimproverato di non aver scelto chirurgia plastica per rifargli il naso gratis (che peró esula dagli scopi di questo post), a quelli che hanno espresso, in maniera piú o meno marcata, incredulità, scetticismo e, talvolta, perfino disgusto.

Questo mi ha dato modo di riflettere su quale potesse essere il motivo di tanto accanimento per gli anziani (considerando che alcuni dei miei detrattori non sono esattamente dei giovanotti), e, soprattutto, di immaginare le loro reazioni se avessi annunciato di voler fare pediatria. Ho l'impressione, chissà perché, che le critiche sarebbero state molto inferiori.
Perció, in questo post voglio mettere a confronto le due categorie, i Nonni e i Bimbi, come se si trattasse di un quiz televisivo, e vedere quale delle due categorie dimostrerà di avere piú meriti. Tralasceró gli aspetti piú disgustosi dell'assistenza agli uni e agli altri, che comunque si equivalgono (come mi pare di avervi già ricordato in qualche altro post), e mi focalizzeró solo sugli evidenti pregi e difetti delle due categorie.
Pronti?



  • I nonni hanno sempre pronta una caramella, quando li andate a trovare (per i più fortunati, anche dei biscotti o una torta). I bambini, al massimo, vi stampano sulla camicetta due manate di cioccolata e un bacio moccoloso. Che, tante grazie, ma anche no. 1 punto ai Nonni
  • I nonni hanno sempre un sacco di storie da raccontare, sugli argomenti più svariati: dalle feste di paese di quando avevano la vostra età, al soldato che è saltato in aria su una mina tedesca proprio accanto a loro nel '43. Un bimbo, d'altro canto, può passare ore ed ore a lagnarsi di come Marco gli ha appiccicato la cicca sui capelli oggi a scuola. Non c'è bisogno di dirlo: 1 punto ai Nonni
  • Entrambe le categorie, bisogna ammetterlo, sanno essere abbastanza logorroiche quando trovano un argomento che li aggrada. Parità
  • Sempre sul discorso dei racconti, un nonno può insegnarvi veramente un sacco di cose: da come si fa la pastafrolla a come si smacchia il sangue dai vestiti, da come fabbricare un comodino a come eliminare quel fastidioso fischio dei freni. La cosa più utile che vi può insegnare un bambino, invece, è come raggiungere il centro del vostro Ki per evitare di mettervi a urlare alla vista del vostro povero divano tutto sporco di fango. 1 punto ai Nonni
  • Avere un nonno che si appassiona alla tecnologia, ahimé, può essere la peggiore delle punizioni. È più facile insegnare ad un gorilla la teoria della relatività, che ad un nonno come si cambia la cartuccia della stampante. In tal caso, seguite il mio consiglio: mandateci vostro nipote di cinque anni, che sa già programmare in remoto il vostro computer di casa usando l'iPhone, e toglietevi il pensiero. 1 punto ai Bimbi
  • Se appartenete, come me, alla sfortunata "Generazione Mille Euro", vostra nonna rivelerà insospettate qualità da Bancomat, procurando con discrezione di infilarvi 20-50 euro in tasca tutte le volte che andate a trovarla. Soldi che vi verranno prontamente sfilati da vostro figlio, per andare a comprarsi Halo 4. 1 punto ai Nonni
  • Crescere un figlio è forse il compito più alienante nella vita di un uomo, ma l'aspettativa che un giorno questo marmocchio si prenderà cura di voi, quando sarete vecchi e rincitrulliti, è abbastanza rasserenante. I nonni, ahimé, sono già passati dall'altra parte della barricata. 1 punto ai Bimbi
  • Un bambino è una specie di enorme orecchio di spugna, pronto a captare qualunque insegnamento di vita, esperienza passata o fede calcistica vogliate trasmettergli. I nonni, nella stragrande maggioranza dei casi, vi vedono ancora come il bambino che foste e tendono ad essere scettici sul fatto che possiate insegnargli qualcosa, sia pure come si programma il videoregistratore. 1 punto ai Bimbi
  • Quando vi trovate in rotta col resto del mondo, mezzi morti di fame alle tre del pomeriggio, o di rientro da una nottata delirante e senza le chiavi di casa, la porta dei nonni è sempre aperta. Quando avete un bambino, tutti questi problemi non sono più affar vostro. 1 punto ai Nonni
  • A proposito di fame: vostra nonna non accetterà mai che abbiate già finito di mangiare. Mai. Per lei, potete pesare 200 kg ed avere appena sbranato un montone con tanto di corna, che ci sarà sempre spazio per un'ultima fetta di crostata. La buona notizia è che potrete smaltire tutti questi grassi extra correndo dietro a vostro figlio ai giardini pubblici. 1 punto ai Nonni
  • Il nonno è quell'angelo custode che vi tiene il pargolo quando siete al lavoro, quando andate a fare la coda all'Inps, e persino quando vi concedete un pomeriggio alle terme per ricordare che faccia ha vostro marito. E non aggiungo altro. 1 punto ai Nonni
  • Il nonno è quell'essere che, quando comincia a perdere colpi, brontola e fa i capricci e ha bisogno di voi ventiquatt'ore al giorno, proprio come vostro figlio piccolo. La differenza è che, con il nonno, avete comunque tanti bei ricordi passati da far fruttare, anche quando la situazione si fa drammatica. Ed il pensiero che, purtroppo, tra non molto avrà tolto il disturbo. (Questa è solo una considerazione personale, ed anche abbastanza triste, pertanto non fa punteggio.)
Totale: Nonni 7 - Bimbi 3

Adesso devo solo farlo capire a mia nonna.



(P.S.: mi rendo conto che questa lista è breve e parziale, ma riflette solo la mia opinione sull'argomento. Se avete altre idee o esperienze personali per far prendere la bilancia dall'una o dall'altra parte, fatemelo sapere in un commento qua sotto o sulla nostra pagina Facebook. Sarò lieta di aggiungere le vostre opinioni alla lista!)

venerdì 31 agosto 2012

Dalla parte degli studenti

La vecchiaia è sicuramente l'età della vita che la maggior parte della gente trova più repellente. È triste, ma è così. Il nonno fa tenerezza solo quando ti allunga la caramella o i 50 euro, ma nel momento in cui si trova ad aver bisogno, nella maggior parte dei casi, diventa un peso insopportabile.

Eppure, la maggior parte della gente non sembra rendersi conto di quanto sia assurda questa mentalità. Ricordo ancora che, il primo giorno di lezione al corso di Geriatria, il nostro prof si presentò a noi con un aneddoto, che qui cerco di riportarvi per intero:
"Io ho una paziente molto impegnativa. È assolutamente incontinente, per cui ha bisogno di essere cambiata spesso. Non è in grado di nutrirsi da sola, e non riesce ad esprimersi correttamente, perciò se sta male o prova dolore da qualche parte non ha modo di comunicarcelo con esattezza. In più, non riesce a camminare e ha difficoltà ad eseguire anche i movimenti più semplici. Per questo motivo, necessita di assistenza continua ventiquatt'ore su ventiquattro."

Un attimo di silenzio per figurarci la situazione, poi ha aggiunto: "Questa paziente è mia figlia, che ha cinque mesi."

Da quando l'ho ascoltata per la prima volta, questa storia non mi è mai più uscita dalla testa. È incredibile la rassomiglianza tra gli anziani e i bambini piccoli, ed è ancora più incredibile la disparità di trattamento che ricevono.
Pensate ad un neonato che fa le bolle con la saliva, che rigurgita il latte o anche che fa la pipì dappertutto: ognuno di questi comportamenti viene accolto con un sorriso e una scrollata di spalle. "È pipì di angelo", diceva la mia nonna.
Ora pensate ad un anziano che fa tutte le cose di cui sopra. E non aggiungo altro.

Comunque, la parte divertente di tutto ciò è assistere alle reazioni degli studenti che si trovano a passare, per qualche giorno, nel mio reparto.

Un po' di contesto: gli studenti di medicina vengono obbligati, durante la seconda metà del corso, a passare qualche settimana in diverse corsie ospedaliere. Se comincio a lamentarmi dell'idiozia con cui questa opportunità, peraltro importantissima, viene gestita dai medici e dai professori, non la finisco più; perciò, vi basti sapere che spesso i poveri studenti scelgono la corsia un po' a casaccio, nella speranza di trovare qualche anima pia che insegni loro qualcosa di utile, invece di comportarsi (come avviene nel 99% dei casi) come se fossero invisibili. Gli studenti amano definire la loro attività in corsia come "Reggere i muri", per sottolineare l'importanza del loro compito.

Dicevo, alcuni di questi studenti a volte capitano anche da noi, ed allora è un vero e proprio divertimento. Perché, come vi dicevo prima, la geriatria non piace a nessuno, e i ragazzi, specie i più giovani, non sono ancora molto bravi a nascondere le loro vere opinioni dietro una perfetta faccia da poker.

(N.B.: premetto che il reparto in cui mi trovo è uno dei pochi, e per pochi intendo davvero pochi, dove i dottori e gli specializzandi prendono davvero a cuore queste povere pecorelle smarrite e perdono qualche minuto, e nel mio caso anche di più, ad insegnare loro i rudimenti della medicina. Perciò, mi sento del tutto in diritto di prenderli un pochino in giro, perché, con le esperienze che ho avuto io in prima persona negli altri reparti, dovrebbe esserci la fila fuori dal nostro padiglione.)

Il più delle volte basta guardarli, per farsi intimamente qualche risata. Di solito, per esempio, agli studenti più giovani spetta il compito di prendere la pressione ai pazienti, per la doppia ragione di fargli fare un po' di pratica e dar loro qualcosa da fare che non provochi troppi danni se sbagliano.
Purtroppo, senza l'ausilio di fotografie non posso descrivervi in maniera efficace le loro espressioni, perciò cercherò di immaginare che cosa gli passi per la mente durante una visita normale.

Studente: "Buongiorno, signora."
Paziente (mezza addormentata): "Hmmmf?"
Mio dio, che faccia che ha... Ma le avranno cambiato il pannolone? Oh, cielo, che odore...
S: "Le prendo la pressione, va bene?"
P: "Eh?"
S: "LE PRENDO LA PRESSIONE!!!"
Occhei, ora tiriamo su la manica... Avrà mica qualche malattia? Oh, perché non ho preso i guanti? E che cos'è questa roba bagnata? Si sarà versata dell'acqua addosso... almeno, spero! Vabbè, mettiamo un po' questo bracciale...
P: "Che ore sono?"
S: "Le nove e mezza, signora."
P: "Eh?"
S: "LE NOVE E MEZZA!!"
Se solo la smettesse di muoversi, non sento niente...
S: "Signora, può stare... ehm, cioè... STIA CALMA, NON RIESCO A SENTIRE NIENTE!"
P: "...eh?"

A questo punto, di solito, il povero studente lancia uno sguardo omicida a me, alla specializzanda e alimortaccinostri che l'abbiamo mandato a prendere la pressione alla vecchietta più svitata del reparto. Io di solito faccio finta di niente, covando in cuor mio la consapevolezza che quella signora è una delle più tranquille del reparto, e che da quelle veramente svitate lui non sopravviverebbe tre minuti (io stessa ce la faccio a stento).
Ma me lo tengo per me.

La vera meraviglia, comunque, è chiedere la loro opinione. Perché lo studente di medicina è, nella maggior parte dei casi, una persona educata; ed anche quelli spocchiosi e maleducati, con cui mio malgrado mi sono trovata più volte a che fare, hanno comunque una certa soggezione dei medici e degli specializzandi del reparto in cui frequentano, e non osano dire quello che gli passa davvero per la testa.
Per esempio, qualche mese fa ho avuto una conversazione con una di queste studentesse, che era un po' attempata (parlo io, ma vabbè) e perciò l'avevo scambiata per una laureanda in cerca della tesi. Perciò, anche per farmi un'idea della concorrenza, le ho chiesto se le piaceva la geriatria.

Un lampo di terrore le ha attraversato gli occhi, mentre cercava una risposta. "B-beh... è molto... come dire... interessante, ecco."
A quel punto ho realizzato che si trattava di una studentessa ancora acerba, ma l'occasione era troppo ghiotta per lasciarsela scappare.
"Sai, si imparano moltissime cose, qui." Cose che sarebbe meglio dimenticare, dicevano i suoi occhi. Mi sono appoggiata al carrello, dove c'era la specializzanda che sfogliava una cartella, con lo stesso atteggiamento del chihuahua che fa lo spavaldo al sicuro tra le zampe di un alano, ed ho proseguito: "Vedi molte malattie diverse, impari bene la pratica... non è vero?"
"S-sì, sì, certo..."
"E poi i pazienti sono simpatici! Siamo proprio fortunati in questo periodo!"
"Sì, sono simpatici..." Si vedeva dai suoi occhi che non ce la faceva più, perciò si è buttata. "Sono solo... come dire..."
"Cosa?"
"U-un po'..."
"Un po' cosa?"
"...vecchi."

Nulla può il mio sarcasmo, contro tanta tautologia.

venerdì 1 giugno 2012

'O terremoto

Mentre tutta Italia piange i morti dei recenti terremoti, che non avevano altra colpa che quella di essere molto sfortunati, voglio cercare di sdrammatizzare raccontandovi in poche righe le reazioni dei miei vecchietti alle recenti bizze del nostro pianeta. Sia chiaro che non intendo assolutamente paragonare le mie (dis)avventure quotidiane alla gravità di un evento così luttuoso e devastante: tutto quello che scriverò d'ora in poi, come sempre, va inteso solo e soltanto con ironia.


Premetto immediatamente, per tranquillizzarvi, che la zona dove vivo e lavoro non è, fortunatamente, una di quelle flagellate dal terremoto. Ciò nonostante, visto che non ci facciamo mancare niente, negli ultimi mesi anche dalle mie parti abbiamo ballato con una certa vivacità, anche se penso che i danni più gravi non abbiano oltrepassato la morte violenta della zuppiera di cristallo della nonna.
Nondimeno, 'o terremoto è sempre 'o terremoto.


Visto che le disgrazie non vengono mai da sole, il caso ha voluto che questi ultimi terremoti capitassero in un periodo abbastanza delicato nella vita del reparto in cui lavoro. Ora, non so bene come esprimere questo concetto con il tatto necessario, perciò vi fornirò una metafora poco elegante ma molto esplicativa: nell'ultimo paio di settimane, con la dimissione dei pazienti guariti ed il ricovero dei nuovi malati, il reparto aveva finito per assomigliare molto poco a un ospedale e molto di più alla gabbia delle scimmie dello zoo.
Non avete capito? Ok, ve la metto in un altro modo: ci sono mesi in cui il reparto fila come un orologio, tutti vanno d'accordo e i pazienti sono docili come agnellini. Ce ne sono altri, invece, in cui sembra che tutti i pazzi scatenati della provincia si siano dati appuntamento per farsi ricoverare da noi. Ecco, questo periodo è uno di questi ultimi.


Comunque, dicevamo, 'o terremoto. Il mio primo pensiero, quando ho visto il carrello delle cartelle cliniche che camminava per i fatti suoi, non ha riguardato, lo ammetto con un po' di vergogna, i miei poveri vecchietti. Ho invece fissato con un certo orrore fuori dalla finestra della sala medici, in giardino, dove il bombolone dell'azoto liquido da 4000 litri oscillava beato tra i raggi del sole. Ho pensato a quanto sarebbe stato ignobile farmi ritrovare dai soccorsi come una specie di gigantesca stalagmite, e dire che quella mattina non mi ero neanche pettinata bene. Poi la terra ha rallentato, il bombolone si è fermato e il mio cuore è ripartito.


Subito dopo, ovviamente, i pazienti. Per qualche secondo abbiamo sperato che non se ne fossero accorti... speranza vana, direte voi, ma solo perché non li conoscete: in quel momento, non sembrava un'idea così campata in aria.
Molto gentilmente, a scoppiare la nostra pavida illusione ci ha pensato subito la Squaw (di cui ho parlato qui), che ha cacciato un urlo come se la stessero scotennando. Il che, a ben pensarci, è in linea col suo soprannome.


Come se stessero aspettando il colpo dello starter, tutti gli altri vecchietti sono impazziti. Una, da che era seduta sulla carrozzella, s'è fatta prendere dalla foga di tornare a letto (non chiedetemi per quale motivo), dimenticandosi però di avere il sacchetto del catetere assicurato alla ruota. L'abbiamo ritrovata ululante qualche secondo dopo, come la più bizzarra impiccata al contrario della storia. No, non è stato un bello spettacolo.
Un'altra ha cominciato a snocciolare un rosario così forte che ho avuto paura che le perline prendessero fuoco per l'attrito.
Nel reparto c'era un delizioso odore di campo coltivato (a buon intenditor...). Una delle signore che stavano guardando la televisione nel soggiorno, che già mi aveva dato l'idea di esserci poco con la testa, ha cominciato a dondolare sulla sedia a rotelle peggio di Rain Man quando non vuole salire sull'aereo con Tom Cruise. Mi sono dovuta lanciare a pelle d'orso per bloccarle entrambe le ruote, prima che facesse un giro della morte nel senso letterale della parola.
Nel frattempo, Lupin (ve lo ricordate?) gironzolava bello allegro per il reparto, andando a mettere scompiglio nelle stanze delle poche signore che non avevano ancora ben capito l'accaduto. Se non me lo dimettono entro breve, giuro che quel tizio prima o poi fa una brutta fine.


Insomma, piano piano, la crisi è passata. Abbiamo rimesso a posto i pazienti evasi dai letti, abbiamo calmato gli ansiosi, dato da bere agli assetati e via discorrendo. Poi, prima di ricominciare il giro, mi è preso lo scrupolo di fare una piccola ricognizione per vedere che non ci fosse sfuggito qualcosa... che so, qualcuno che si era buttato dalla finestra, o che aveva approfittato della confusione per impiccarsi alle sbarre del letto. Per dire.
Ad un certo punto, sono capitata davanti alla stanza del Professore (che potete trovare qua). Stava lì seduto sul letto, dritto come un fuso, a fare le parole crociate. In un impeto di buon cuore, mi sono affacciata dallo stipite della porta per sincerarmi che non fosse spaventato.


"Professore!" l'ho apostrofato. "Ha sentito che c'è stato il terremoto?"
Quello ha alzato lentamente la testa e mi ha guardato.
"Chemmefrega a me del terremoto. Tanto io devo morire."
Tiè. La prossima volta imparo a farmi i fatti miei.

sabato 12 maggio 2012

I miei matti

Questo post apre una parentesi sulla mia esperienza elettorale. Che c'entra?, direte voi. C'entra, ed ora vi spiego perché.

Da quattro anni sono registrata nelle liste dei presidenti di seggio elettorale. Potrei darvi motivazioni molto nobili per questa scelta, ma la realtà è che cerco semplicemente di tirare su qualche soldo in più per non arrivare impiccata al momento dei regali di Natale. Sembra una scelta stupida, ma vi assicuro che con il ritmo elettorale che abbiamo qui in Italia (una volta le politiche, poi le amministrative, il Parlamento Europeo, i referendum...) non sono mai rimasta un anno a casa.
Comunque, sfiga vuole che mi abbiano assegnata, ormai permanentemente, ad un seggio speciale, il che ha pro e contro: da un lato c'è il vantaggio indiscutibile che lavoro solo per una mattina e un pomeriggio, invece di smazzarmi tutta la durata delle elezioni e degli scrutini come i miei colleghi; dall'altro, c'è che in confronto a uno scrutatore di un seggio normale (per non parlare dei presidenti) mi pagano una miseria. Ma vabbè.


La cosa divertente, almeno dal punto di vista di questo blog, è che il seggio a cui sono assegnata ormai da quattro anni si occupa di far votare i pazienti di una casa di riposo, il che dimostra che non si può sfuggire al karma. Questa residenza ospita fondamentalmente due categorie di persone: anziani che non sono più autosufficienti, per problemi fisici o (più frequentemente) mentali, e pazienti anche più giovani che però sono affetti da importante ritardo mentale fin dalla giovane età. Io li chiamo, amorevolmente, "i miei matti". E qui cominciano i miei guai.


Ora, chiariamo subito un punto fondamentale: il diritto al voto è sacrosanto ed appartiene a tutti i cittadini italiani, indipendentemente dalle loro condizioni sociali o di salute. Quindi, non è di questo che mi sto lamentando. (Oltretutto sono pure pagata, quindi, a rigor di logica, non dovrei lamentarmi affatto.) Le mie perplessità vertono soltanto sull'utilità di andare a raccogliere il voto di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno la minima idea di cosa, come e perché stanno votando.


Esagerata, dite? Lasciate che vi faccia un breve resoconto di una qualunque giornata elettorale di questi ultimi quattro anni, e poi decidete.


"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
"Come devo fare per votare?"
Groan. "Deve mettere una X sul nome del candidato o sul simbolo del partito che ha scelto."
"Ma io non so leggere!"


"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
"Come faccio per votare Ciccio Pistacchio?"
"Ehm... veramente, non dovrebbe dirmi per chi vuole votare. Comunque, deve mettere una X sul nome del candidato che ha scelto."
(Sì, lo so che il voto è segreto. Lo so che manifestare apertamente la volontà di voto è un motivo sufficiente per espellere l'elettore dal seggio. Ma sinceramente, ritenete che ci sia una qualche possibilità che possano capire perché li sto espellendo? Andate avanti a leggere, e nel caso fatemi causa.)
"Senta, facciamo che non ho sentito niente. Per favore, metta solo una X sul candidato che vuole votare, senza dirmi chi è."
"Ah. Ma devo scrivere anche Ciccio Pistacchio?"
Aridaje. "Non mi deve dire chi vuole votare. E non deve neanche scrivere il nome, se è già presente come capolista."
"Eh, ma poi come fanno a sapere che volevo votare proprio lui?"


"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
Prende la scheda, si apparta in cabina, scribacchia per un po'. Poi esce dalla cabina, sventolando la scheda. Ovviamente aperta.
"Fermo! Per favore, deve chiudere la scheda, prima di consegnarmela. Torni dentro e la pieghi, la prego."
Ubbidiente, torna dentro. Esce dopo qualche secondo, con la scheda piegata. Al contrario.
"No, non così! Deve piegarla in modo che io non veda i simboli... cioè, i simboli devono stare all'interno della scheda, non all'esterno..."
Mi guarda confuso. Lancio uno sguardo supplichevole al mio scrutatore, che con santa pazienza si alza, prende la scheda e la piega goffamente ad occhi chiusi, per non vedere il voto. Anche questa potete aggiungerla alla mia fedina penale, se volete.



"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
"Cosa si vota, oggi?"
"Si vota per il sindaco. Deve fare una X sul..."
"Il sindaco di dove?"



"Buongiorno! Ecco la scheda elettorale e la matita, può andare a votare nella cabina."
Prende la scheda ed entra nella cabina. Io finisco di trascrivere il numero della tessera e del documento. Alzo la testa, ma è ancora dentro.
Già che ho tempo, faccio un controllo incrociato tra il numero degli elettori iscritti e quelli che hanno effettivamente votato. Tutto a posto. Lui è ancora dentro.
Mi stiracchio un pochino, conto le schede che ci sono rimaste. Offro una cicca allo scrutatore. Lui è ancora dentro. Comincio a preoccuparmi.
"Tutto bene, lì dentro?"
Silenzio.
"Signore? Si sente bene?"
"Non ci vedo."
"Eh?"
"Non ci vedo!"
"Come, non ci vede?"
"Eh no che non ci vedo, c'ho la cataratta!"


"Buongiorno! Il suo nome, prego?"
"Mmmffghfgg."
"Benissimo. Scrutatore, caro, mi cerchi se nel mucchio delle carte d'identità c'è qualcuno che gli assomiglia?"